28 Luglio 2010
Roberta Colazingari
Intervista a Ilaria Guidantoni
Con un cognome così non poteva che occuparsi di guida. E di sicurezza stradale

Perché la decisione di scrivere il saggio Vite sicure? «A dire il vero mi è stato suggerito, nel senso che una persona che mi conosceva sul campo e che nel frattempo era diventato editore fondando Edizioni della Sera mi ha chiamata e mi ha chiesto se mi occupassi ancora di sicurezza stradale; se quindi avessi avuto interesse a cimentarmi con un saggio dandomi come tema il punto di vista della comunicazione sull’incidentalità. Credo di aver preso qualche ora di tempo solo per capire che era una proposta seria e per una questione di forma. Non avevo mai pensato a scrivere un saggio che prendesse spunto dal mio lavoro di giornalista e di consulente per i rapporti istituzionali perché temevo fosse noioso per il lettore e non creativo per me. Ho però raccolto con interesse la sfida pensando che potesse essere un buon modo per offrire una testimonianza dal vivo, ripercorrere quello che è accaduto negli ultimi 10 anni e che ha rappresentato la svolta in questo settore (a partire dal III Programma europeo per la sicurezza stradale) e che potesse aiutarmi a fare una sintesi e capire come continuare analizzando domanda e bisogni. Ecco perché ho cercato di non scrivere un manuale, ma un reportage giornalistico a più voci nella convinzione che la comunicazione segua a ruota la politica e che quindi possa fare molto. Credo che il vero libro sia quello che è emerso dai dibattiti, dalle interviste e dalle presentazioni. Il cartaceo è solo il bozzetto di una riflessione e posso dire che ho raggiunto almeno lo scopo principale: sollevare il problema, promuovere una discussione».
Una settimana fa, in occasione della presentazione del Suo saggio a Latina cosa è emerso, a proposito di sicurezza, dall’incontro con i giovani e con le associazioni vittime della strada? «A dire il vero l’incontro è stato più con gli operatori che lavorano con i giovani che con i ragazzi, dai genitori, agli insegnanti, al parroco, ad alcuni operatori ed è logico che sia così. Per incontrare i giovani occorre creare degli appuntamenti a loro immagine e somiglianza e forse una tavola rotonda non rappresenta esattamente il luogo nel quale si sentono più a loro agio. Da parte di chi però lavora, gioca e vive con loro è emerso forte il bisogno di un confronto e direi anche di chiarezza. Non basta comunicare, ma è necessario farlo nel modo giusto soprattutto per quella fascia così delicata e a volte intrattabile degli adolescenti. È una consapevolezza importante. Per fortuna anche in una parrocchia c’è chi mi ha ascoltata quando ho detto che al di là delle convinzioni morali che comunque dobbiamo rilasciare ma gradualmente e in modo filtrato, serve la capacità di far fronte all’emergenza con mezzi pratici. In Italia si parte sempre dalle origini, dalle radici ma nel frattempo si perdono vite perché per educare al cambiamento serve una generazione. In questo senso ho trovato maggior disponibilità rispetto al passato da parte delle Associazioni Vittime della Strada che spesso hanno un approccio radicale ed emozionale. Un esempio? Mi è stato chiesto di spiegare la figura di Bob, il guidatore designato che all’estero ha preso piede, in Paesi per altro dove l’uso dell’alcol è molto più diffuso. Se funziona in Germania, può funzionare in Italia. Occorre educare al consumo di alcol, “bere meno e bere meglio”, ma la priorità è salvare vite facendo si che a turno un ragazzo a sera rinunci a bere per accompagnare gli altri a casa, forse ebbri ma almeno salvi. Un altro elemento che ho percepito positivamente e relativamente nuovo è che chi lavora nel settore comincia a chiedersi le ragioni del mancato intervento forte sull’emergenza sicurezza stradale, analizza e critica le campagne e gli spot di comunicazione, segno che la domanda c’è e adesso tocca alla stampa una maggiore preparazione e soprattutto alla politica».
La Provincia di Latina detiene a tutt’oggi il triste primato dei morti sulle strade…da dove cominciare per evitare che questi tristi lutti si ripetano? «Credo che la sicurezza sia una battaglia che si vince in squadra a più livelli agendo sia sul fattore strada, sia sul veicolo che sul comportamento umano. All’amministrazione locale la richiesta di intervenire stanziando fondi per i controlli che sono un deterrente importante più delle multe e la messa in sicurezza almeno dei cosiddetti punti neri; un elemento importante sul quale intervenire, anche per i costi relativamente contenuti, la manutenzione e sostituzione della segnaletica che in taluni casi potrebbe essere anche fatta con il coinvolgimento di privati: in media un cartello semplice di pericolo costa compresa la posa in opera sui 100-1500 euro al massimo. Forse per un cartello di attraversamento pedonale di fronte a una scuola tutti i genitori sarebbero disponibili a mettere qualcosa. Sul veicolo, la tecnologia può aiutare. Negli Stati Uniti sono già obbligatori – ma nei Paesi scandinavi sono stati testati – sistemi automatici di controllo per la verifica del tasso alcolico che entrano in funzione automaticamente all’ingresso del guidatore nell’abitacolo e bloccano l’auto se il tasso alcolemico supera quello consentito dalla legge. Una campagna con iniziative a basso costo che si potrebbe fare anche a livello locale è che la tecnologia aiuta, ma va saputa usare e troppa informazione distrae. Sui comportamenti la vicenda è più complessa ma il mio punto di vista è che si debba rendere interessante e attraente la virtù modificando i modelli di riferimento che provocano lo spirito di emulazione nei giovani. In effetti in ambito ambientale è accaduto qualcosa del genere: essere “verdi” è diventato di moda; pensiamo cosa sta accadendo con la disincentivazione al fumo; o la filosofia del salutismo: dopo il boom economico nessuno accettava più il digiuno simbolo di sacrificio, di povertà e di antiquata religiosità, ma ci ha pensato l’industria della bellezza a rendere attraente la dieta e il mangiar sano».
Secondo le statistiche i giovani che si mettono alla guida sono per la maggior parte ubriachi. Perché c’è questo non amore per la propria vita? «Dagli ultimi dati letti mi risulta che l’alcol sia responsabile tra il 40 e il 55% degli incidenti a seconda dei contesti. Il problema ovviamente non è limitato al bere. Una risposta generica è che è caduto il senso della sacralità della vita, sembra retorico ma è il nucleo che trascina tutti i nostri comportamenti. In molti casi però non manca l’amore per la vita ma è distorto il senso della vita e si pensa che il rischio ne rappresenti il cuore perché l’unica emozione alla quale si accede facilmente senza un’educazione sentimentale, per dirla con Flaubert. E qui di nuovo torna il tema dell’attrazione: il giovane in generale, oggi più che mai, pensa che l’intensità sia data dalla forza anche se ha a volte distruttiva. Si pensa che una passione smodata sia l’unica misura dell’amore ad esempio. Forse occorre recuperare quello che diceva Kafka: l’arte è nei dettagli. Parafrasando potremmo dire la vita è fatta di sfumature, di pennellate delicate e di responsabilità che possono essere chiavi interessanti e non sbarre».
La scuola e la famiglia quanto sono importanti? «Sono fondamentali, a titolo diverso e complementari. A scuola si impara ed è il luogo dove serve informazione con varie scuole di pensiero perché il confronto è indispensabile, non dove si apprende l’etica almeno in prima battuta; ma occorre un corpo docenti preparato tecnicamente. Quanti sono in grado di spiegare gli effetti dell’alcol sul corpo umano, la differenza ad esempio tra l’assorbimento del vino e di un superalcolico? L’effetto allucinogeno che può dare la vodka? A casa serve l’esempio, non le parole dei genitori che spesso disattendono poi la sicurezza nei comportamenti. Sarebbe come dire a un bambino di non gridare, urlando. Il modo miglior per far tacere le persone è abbassare il proprio tono. Urlando si può ottenere al massimo l’effetto immediato, non la conversione».
L’informazione come dovrebbe affrontare le stragi stradali? Che posto dovremmo dare alla comunicazione per evitare che le stragi continuino ad aumentare? «In diversi modi secondo i mezzi. Ovvero sensibilizzazione con inchieste tra la gente comune e coinvolgimento diretto da parte dei quotidiani, soprattutto locali; informazioni di servizio per radio, con approfondimenti da specializzazione (ad esempio attraverso la ricostruzione della dinamica degli incidenti) sulla stampa di settore. In televisione dove il principale inserzionista pubblicitario è l’industria dell’auto il messaggio è difficile per ovvie ragioni ma qualcosa si può sperare che cambi. Molto possono i dibattiti per la loro interattività anche se raccolgono un pubblico di addetti ai lavori. Esistono poi le campagne, certo sempre un po’ troppo istituzionali. In Italia occorre passare dall’efficienza della comunicazione all’efficacia, unendo il rigore scientifico e la forza delle emozioni, non l’effetto choc da realty, almeno non necessariamente. L’idea dei testimonial famosi per i giovani è buona ma spesso si avvicina più allo spot pubblicitario che ad una vera campagna educativa. All’estremo opposto può essere valida l’idea sposata dalla Fondazione ANIA con la campagna “Io Dissuado” dello scorso ottobre che ha coinvolto gente comune, anonimamente. Forse la comunicazione dovrebbe sporcarsi un po’ più le mani uscendo dalle redazioni e dalle istituzioni per confrontarsi nei luoghi di divertimento dei giovani, nelle serate in discoteca, nei concerti, nei luoghi dello sport e sollecitare anche i politici con provocazioni costruttive. Perché le provocazioni in cerca di scoop e di vendite fanno il gioco del sistema e soprattutto non toccano la gente comune».








