Eventi & Cultura

Daniele Nardi, si ferma l'assalto al Nanga Parbat

Le cattive condizioni atmsoferiche ed un principio di congelamento bloccano l'alpinista di Sezze

14/02/2013


Si è conclusa ieri l'avventura di Daniele Nardi, l'alpinista di Sezze, che voleva aprire una via invernale sul Nanga Parbat, un ottomila metri fra i più micidiali che esistano. Partito dall'Italia il 30 dicembre dopo una tappa intermedia ad Islamabad, in Pakistan, dove è stata raggiunta dall'alpinista francese Elisabeth Revol con la quale ha tentato la scalata del Nanga Parbat, la nona montagna più alta del mondo con i suoi 8125 metri ieri ha dovuto rinunciare. La montagna questa volta ha avuto la meglio. Come in tutti gli sport vi sono partite che si vincono ed altre che si perdono. Possiamo dire che ha perso ai punti. Il tempo limite stava scadendo ed ieri ha tentato l'assalto alla vetta fidando nelle previsioni che davano un vento di 50 chilometri orari. Ed invece una brutta sorpresa. Vento doppio e principio di congelamento all'indice della mano destro. L'addio alla scalata. Ma pensiamo, conoscendo bene il 36enne di Sezze, che ci riproverà.
Ieri ha postato un qualcosa che è straordinario. Un racconto che toglie il respiro. Drammatico, onesto, chiaro. Grande Daniele. Lo trascriviamo integralmente, poi al ritorno sentiremo il tutto dalla tua voce.
"Una folata più forte, e poi ancora un altra mentre mi toglievo l'imbrago. In equilibrio su una gamba, spinto dal vento, l'occhio cade sullo zaino. Mentre sfilo l'imbrago, l'ultimo anello che mi lega alla scalata, mentre tengo in equilibrio in frazioni millesime ogni muscolo per non cadere giu per duemila metri, un immagine prevale su tutte. Lo zaino non è proprio in un bella posizione, per questo lo avevo fissato alla piccozza ed al bastoncino mentre il fondo poggiava sua roccia leggermente sporgente dal ghiaccio. L'immagine della colle sud che vola via è ancora impressa nella memoria, salto via dalla piazzola, afferro lo zaino che si alza sospinto da una raffica a 100kmh. Mentre lui si alza e cerca di prendere il volo, lo afferro, mi catapulto su di lui, che stupido che sono stato. Non solo a lasciare li tutta la mia sopravvivenza in balia dei venti ma anche a lanciarmi senza guardare oltre. Mi ritrovo con i piedi verso il vuoto. Le punte dei ramponi grattano sulla neve che copre il ghiaccio. Altri due metri e le rocce mi davano il balzo verso il vuoto. Una sacca rossa esce dall'apertura dello zaino, poi qualcosa di grigio prende il volo verso il campo base. Il flash è immediato, il thermos è andato, il satellitare lo avevo spostato poco prima nelle tuta cosi anche la frontale e sono salvi. Mentre il vento imperversa ed Elisabeth cerca di scavare la solita minuscola piazzola di campo 2 di circa 2 mq, sento una voce che richiama la mia attenzione. "Cretino vuoi stare attento?", "sono stanco, abbiamo dovuto battere la traccia un altra volta oggi...". Sento come se Mummery mi prendesse a schiaffi oggi, quella frazione di secondo per alzare l'attenzione. Dentro lo zaino c'erano sacco a pelo, tenda, i miei viveri, il gas e tutti i miei guanti tranne quelli sottili che portavo infilati nelle mani. Il cuore non batte, fermato dal freddo intenso, "stop cardiaco per scampato pericolo".
Risalgo con lo zaino ben afferrato tra le mani ed Elisabeth mi chiede" Che facevi sdraiato sul pendio? Guarda che è pericoloso". Dopo aver scalato un altro giorno su ghiaccio vivo a 6000 metri slegati la cosa ci fa sorridere. Lei è la Mummy ed io il Somaro per non usare altri aggettivi, ma è il gioco di simpatia che si è creato in questi due mesi "Mi stava volando lo zaino al pian terreno e volevo evitare una discesa rapida a valle", sorride, ma dopo 5 secondi di silenzio. Continuiamo a martellare il ghiaccio e per allargare la piazzola mentre il vento continua a farci traballare. Piazziamo tre viti da ghiaccio e due piccozze a mo' di corpo morto per serrare i lati della tenda. Eli entra e comincia a sciogliere la neve. Io sono fuori che fisso la corda come tiranti.

Un fornello sotto l'altro per scaldare il gas, ti accorgi che non serve andare oltre quando la fiamma del fornello che sta sciogliendo la neve diventa forte. Un operazione pericolosa ma a queste temperature cosi basse il gas non lavora bene se non scaldato. Mentre racconto di come lo zaino stava per prendere il volo mi accorgo di aver perso la frontale " Big problem!" esclama Eli. Lei cerca la sua, prova ad accenderla e niente. Disperati senza luce provo di nuovo a cercare la mia che fortunatamente trovo in una tasca, non è volata via con il thermos.
Siamo con una frontale, un thermos, un materassino, due sacchi a pelo da mare, la temperatura che scende rapidamente, ed il vento che le previsioni davano basso raddoppiato. Mentre un lato della tenda continua a schiaffeggiarci spinto da questa bestia di vento proviamo a mangiare e bere qualcosa. I tre giorni attesi al campo base sono stati una grazia, sono evidenti le valanghe scese lungo la nostra via di salita, in alcuni punti anche troppo perchè scoprono il ghiaccio blu che regge da millenni sul Nanga Parbat.
Mi chiedo se il Nanga non mi stia suggerendo di scendere, che il tempo è passato, mi chiedo se la Sirena del mare mi stia chiamando ciecamente verso la vetta. Me lo chiedo tutta la notte mentre il vento continua a martellarci, mentre gli alluci continuano a ricordarmi che un anno prima li avevo già messi a dura prova sui Bhagirathi. Il dolore, il freddo, il vento che batte forte contro il mono-telo della tenda e non riesco a chiudere occhio tutta la notte. Quando alle 4am pakistane riesco a tirar fuori una lacrima di voce, Elisabeth mi dice che neanche lei era riuscita a dormire. Siamo fianco a fianco in uno spazio ridotto, mentre la brina cade dal tetto, mentre il vento spinge la neve dentro la tenda. Il vento ci impedisce di partire mentre il sole delle 10 ci scalda un poco permettendoci di recuperare un oretta di sonno.
Salire lo sperone Mummery in inverno significa pensare la salita in quattro sezioni più o meno simmetriche tra loro, metro più metro meno, poi bisogna aggiungere il freddo ed il tempo variabile e difficilmente prevedibile di questo inverno, io non so come saranno o come sono stati gli altri, conosco questo e di questo parlo. Correnti che si sovrappongono ad altitudini differenti con direzioni completamente diverse e tutte e sempre su quello sperone...
La prima sezione sono mille metri, di traccia da battere e crepacci da saltare per arrivare a campo 1, circa 5100m. sotto un seracco e sopra un crepaccio che ci protegge dalla grande falce lassù. Di notte si parte per la parte più pericolosa che ci porta all'attacco dello sperone e per un canale tra i 45 ed 60 gradi che ci porta ad un terrazzino a circa 6000m il campo 2. Da qui altri 450 m circa ci portano alla fine dello sperone dove siamo arrivati al primo tentativo per poi traversare in cresta e salire sul plateu. Da li piu o meno dritti fino in vetta per riprendere la via Kinshofer.
Il fatto è che la parte più tecnica e complessa parte proprio li dal balconcino dei 6000m.
La differenza tra questa salita ed una via normale è che qui devi scalare. Tieni in mano le due piccozze che cercano e beccano tra ghiaccio, neve dura, e rocce coperte da dieci centimetri di neve fresca o ventata. I ramponi a volte grattano sulle rocce affioranti ma quello che più ci preoccupa è il ghiaccio blu molto più presente che nel primo tentativo. Claudio mi spedisce un aggiornamento del meteo "43 gradi sotto zero in vetta e percepiti a causa del vento -68...". Il messaggio è chiaro anche se non ne avevamo bisogno, lo sentiamo sulle dita.
Il corpo umano è una macchina ad ossigeno, tutto ciò che è estremo va comparato all'altezza cui ti trovi. 40 gradi sotto zero a livello mare sono molti di meno di 40 gradi sotto zero a 6000m a pari umidità dove la nostra macchina umana non ha abbastanza ossigeno per trasformarlo in calore, in energia. Se su una via normale puoi camminare e ti preoccupi molto delle dita dei piedi, qui devi stringere le piccozze, tenere duro sulle punte dei ramponi e cercare di penetrare il ghiaccio. Abbiamo la sezione successiva di 300 m almeno su ghiaccio.
L'11 febbraio non riusciamo proprio ad immaginarci a stringere quelle piccozze e a salire e decidiamo di restare al c2. Abbiamo pochi viveri ma una razione di sicurezza di un puree francese e due barrette per un eventuale 5o giorno. Aspettiamo fiduciosi che il 12 sia bello, che il vento cali, che tutto sia di "rose e fiori". Ma è la montagna a decidere, non siamo noi, noi abbiamo chiesto il permesso di salire per una via ignota su uno sperone grandioso verso gli 8125m della Regina delle Montagne.
Durante la notte il vento ci percuote, ma con più calma, stavolta non è a folate ma è continuo ed incessante. La mattina, le solite 4 am pakistane arrivano lente e tormentate. Ancora una volta il dolore alle dita si fa lancinante e ci ricorda che forse d'inverno è meglio appesantirsi con un sacco più performante. Apro la tendina ed è buio. Quel buio che in montagna racconta di nuvole e nevischio non della notte illuminate dalla luna e dalle stelle. Esclamo ad alta voce "cloud" ed altro che è meglio non scrivere. Un altra volta, un altra fottutissima volta, se ieri fossimo partiti saremmo stati a 7000m in mezzo ad una bufera. Tutto si copre, tutto ci bastona, la tenda sembra esplodere mentre il vento aumenta la sua forza. Alle 6am riusciamo a metterci in movimento, proviamo ad accendere i fornelli per sciogliere un po' di neve ma non c'è verso stamattina. Il gas che viene fuori dallo sgancio del fornello tocca la mano di Elisabeth che scatta via. Sulla mano di Elisabeth compare come una piccola bolla bianca. Alle 8am è chiaro che dobbiamo scappare da quella trappola mortale. Le nuvole coprono il sole che ci dovrebbe scaldare, il vento ci butta addosso tutta la neve della montagna, almeno cosi ci sembra.
Eli esce 5 minuti per fissare una vite da ghiaccio per la discesa, rientra di corsa, si toglie uno scarpone e comincia a massaggiarsi un piede. E' la prima volta che la vedo soffrire il freddo in modo cosi violento. Mi sento quasi in trappola. Perchè cavolo spira cosi forte se le condizioni davano 50 kmh in vetta? Lo sento li affianco, lui con i suoi baffi che se la sorride. "Pensavi fosse facile?" "No per niente ma speravo mi daste una chance...".
I minuti che seguono sono pura follia tra fissare le doppie per la discesa e la battaglia contro il vento. Controllare continuamente le dita delle mani e dei piedi affinchè non scendano al disotto di limiti ragionevoli. Mettiamo tutto dentro lo zaino, smontiamo la tenda, fissiamo le corde, ci proteggiamo dalle sferzate del vento. In quel momento mi tolgo un guanto ed afferro la pala dal suo manico di plastica. Il mio indice però tocca la parte metallica mentre il vento mi sposta in avanti. Sento una schicchera totale, puro dolore che ti arriva fino ai nervi. Lascio la pala conficcata nella neve, metto la mano sotto l'ascella un luogo di calore. 5 minuti per capire. Poi metto il guanto e prendo la pala. E' difficile lavorare cosi, tiro fuori la piccozza usata come corpo morto, devo togliere ancora il guanto per sciogliere il nodo della fettuccia, poi via i paletti della tenda. Zaino in spalla e via verso il vuoto.
La montagna scompare dietro nugoli di nuvole poi riappare mentre scendiamo doppia dopo doppia. Poi le corde nello zaino e giù nella neve soffice e poi in quella ventata, il vento scompare, l'ossigeno invece man mano che scendiamo ci riempie sempre di più i polmoni. Arriviamo alla base dello sperone dove il vento ci concede una tregua.
Tolgo il guanto e non sento più l'indice. Una chiazza bluastra ed un bolla bianca hanno preso in suo posto. Andato. Non lo sento più. In poche ore siamo di nuovo sotto la falce quasi a sfidarla, poi nevica, poi siamo al campo 1 dove riusciamo a mangiare qualcosa e poi giù al base in poche ore.
Purtroppo finisce qui la nostra sfida al Nanga d'inverno sullo sperone Mummery.
E' lei a decidere. Ci ha chiuso le porte un' altra volta. Accettazione, è stata l'esperienza umana e alpinistica più straordinaria della mia vita. Mi sento leggero, non getto la spugna perchè non ci ho provato, ma perchè è stata più forte di me, mi ha lusingato lasciandomi salire in inverno il suo sperone, quello famoso, quello mai salito? Perché credo che mi abbia risparmiato, mi abbia fatto assaggiare la sua violenza ed il suo miele, le regina delle montagne...la mangia uomini.
Rassegnato un po' anche perché le mie dita non sopporterebbero un altro tentativo ed il tempo è brutto per altri 10 giorni.
Quanto ho imparato? Tanto, più di quello che io possa ancora digerire. L'inverno, un tentativo di via nuova sull'ottomila degli ottomila in pieno inverno.
Qualche giorno fa due portatori di Ser il villaggio qui in basso mi hanno regalato un portafortuna, per descriverlo ci vorrebbe una foto, campanellini attaccati a perline blu. La prima volta si è staccato dal mio zaino di notte mentre Elisabeth cadeva in un crepaccio, la seconda stamattina mentre guardavo il mio indice bluastro. In entrambi i casi l'ho trovato posato nella neve ad attendermi. Preso dalla neve l'ho rimesso al suo posto. Lo sguardo del portatore che mi augurava fortuna, il sorriso, i denti bianchi, piegato dalla fatica, ma soddisfatto mentre si allontanava nella neve dal campo base verso il suo paese. Suggestioni da spedizione, ma qualcosa mi dice che è bene che lo tenga con me questo gentile regalo.
Grazie a tutti voi che mi siete stati vicini, che mi avete incoraggiato in questo mio sogno che penso sia anche il sogno di tanti. Le parole di Mimmo l'amico medico di Pescara sono chiare " Ma che vuoi fa vuoi perdere le dita e smettere di scalare?".
Arrivano potenti quelle note che sapevo presenti già dentro di me.
La soddisfazione è che la decisione arriva condivisa da Elisabeth " Dan abbiamo dato il meglio, è stata un esperienza fantastica, ma non possiamo esporci di nuovo alla sorte sotto quei seracchi. Mi sento più ricca con questa esperienza, e poi ci sono 10 giorni di brutto, altra neve altri giorni da aspettare, la neve da battere...abbiamo dato il meglio..." " si credo che la decisione di tornare a casa non dipenda solo dalle mie dita, rischieremmo troppo a tornare ancora li in mezzo...". Elisabeth Revol in assoluto una delle più forti e simpatiche e gentili alpiniste che io abbia incontrato in questi 20 anni di alpinismo.
Certo, si lo so, se avessimo fatto tana saremmo più felici. Ma allora perché ,mi sento cosi ricco in questo momento? Perché mi sento cosi appagato da questa esperienza? Mi viene da pensare che lo stile che abbiamo usato, la voglia di superare il superato, di spingerci dove neanche noi sapevamo con certezza di poter riuscire, il fatto di averlo fatto, di esserci stati, con tutti noi stessi mi abbia arricchito di un senso di alpinismo di esplorazione di vita che si fa sempre più piena, e poi vallo a sapere cosa ci nasconde il futuro.
Quando parlavo di alpinismo e stile mi venne in mente la mia maestra Ilaria Molinari con la sua apnea in assetto costante. Il dualismo è perfetto, assetto costante vai giu e risali su con le tue forze e quando esci dall'acqua devi dare l'ok, devi star bene. Stile alpino vai su e scendi giù sempre con le tue forze, e quando arrivi giù devi star bene, se perdi un dito, se sei esausto, se non sei in grado di fare da te...non può valere significa che sei andato oltre te stesso, oltre quel tempo.
Torno a valle nei prossimi giorni, torno a casa con la certezza già di altri progetti, "diti" permettendo, la storia può aspettare, questo capitolo mi piace.
Spero che capiate, sono certo di non avervi deluso, e di non aver deluso quegli 8000ragazzi che mi hanno consegnato "L'alta bandiera dei diritti umani" firmata. Non è facile, ma se in fondo ci si prova, con tutte le proprie energie si ottengono almeno due risultati, il primo si cresce, il secondo si lascia una traccia che per quanto in inverno scompare velocemente con il vento in pochi minuti, rimane indelebile nella propria storia, e questo è quanto basta per ora.
Grazie di cuore a tutti gli amici, i conoscenti che hanno creduto in questo sogno, agli sponsor senza i quali questo sogno non avrebbe avuto inizio, grazie a Claudio Nardi mio fratello che non ha dormito la notte per seguire questa folle missione ed a tutti gli amici che ognuno a loro modo hanno aiutato ad organizzare questa spedizione".

 

Gabriele Viscomi


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