Politica

Rosa Di Maio e le dimissioni a disposizione del dimesso

Irresistibile, nel Pd, Franco Brugnola. Parla, addormenta chi prova a seguirlo e poi se ne va

29/10/2010

Il 19 ottobre, dieci esponenti politici della città di Sabaudia, presentano un documento nel quale si manifesta grande preoccupazione. In effetti c’è di che preoccuparsi perché l’oggetto del documento è il consigliere comunale Rosa di Maio, unica esponente della lista Popolari Liberali dell’assise, figlia di Salvatore di Maio le cui società sono finite nel mirino della operazione "Underwood” della squadra mobile, che ha portato al sequestro di beni immobili per 30 milioni di euro, il 30% dei quali sarebbero riconducibili proprio alla signora Rosa, e soprattutto, alle accuse portate avanti dagli inquirenti che vorrebbero affiancare la famiglia di Maio con il clan Cava. Ad innervosirsi non è solo il Pdl. Il Pd infatti presenta note al ministero degli interni per sapere come intende agire mentre esponenti locali chiedono perfino che si prenda in considerazione lo scioglimento dell’attuale amministrazione. Il Pdl dal canto suo, lo abbiamo detto, è molto preoccupato e nella mozione ammette che con la signora di Maio "è venuto meno il rapporto fiduciario” e quindi le si chiede in pratica di “rassegnare le dimissioni dalla carica istituzionali”. Eppure a Rosa di Maio basta una lettera nella quale comunica che si asterrà dal partecipare alla politica amministrativa della città, salvo poi riservassi il diritto di intervenire "ove fosse indispensabile” nel rispetto del suo mandato, della sua persona o del bene pubblico. E allora cambia tutto. La delibera viene sbrigativamente emendata e diventa un messaggio molto diverso. Si è passa dalla richiesta di dimissioni alla presa d’atto di una autosospensione che può essere ritirata con la facilità con la quale si è presentata senza che nessuno possa farci niente. Ora il Pdl, insieme alle altre forze di centro destra del comune, prendono semplicemente atto del "gesto di responsabilità nell’interesse della città”. Eppure il documento del 19 ottobre ancora privo del miracoloso emendamento di ieri sera parlava chiaro. C’era la "preoccupazione per le indagini nei confronti della di Maio” ma anche che il consigliere di Maio "non ha mai preso parte in maniera determinante alla azione politica o amministrativa” il che, insieme al fatto che il suo gruppo non aveva espresso nemmeno un assessore, sembrava un vero sollievo. Anche perché, sempre secondo il documento "emergono ipotesi di rilevante entità” per cui, evidentemente, le dimissioni sembravano l’unica strada da percorrere.
Invece ora sembrano tutti soddisfatti di questa autosospensione. Anche perché la di Maio fino a pochi giorni fa annunciava battaglia e non sembrava per niente disposta a lasciare il suo posto. Quindi delle due l’una, o si sono messi d’accordo o stavano bleffando. E già perché chiedere una dimissione e poi accontentarsi di una sospensione a piacere del sospeso è come chiedere 100 euro per un tappeto e poi accettarne 5 mentre il fatto che il Pdl si sia ripiegato sulla lettera della di Maio sembra quasi il risultato di una contrattazione. Niente dimissioni, niente guerra probabilmente. Dal canto suo il Pd non ha fatto una gran lotta nel consiglio di ieri sera. Mentre nei mercati e nelle piazze erano usciti manifesti e locandine molto duri dove si scriveva a caratteri cubitali che "la città non vuole la Camorra”, tutto l’entusiasmo dei molti elettori del centro-sinistra presenti nella sala consiliare (che era piena anche di persone in piedi) si spegneva davanti alla soporifera impostazione portata avanti da Franco Brugnola (Pd), che affermava di avere le prove di numerose violazioni alla trasparenza e alla contabilità del comune salvo poi non presentarle, assicurava di amare la città di Sabaudia perché l’aria è buona e gli fa bene alla salute e riportava determinanti questioni di cavilli burocratici dei quali ha lungamente discusso, sotto lo sguardo di coloro che, per qualche strano motivo, erano riusciti a rimanere svegli durante il suo discorso e cercavano di capire dove, con la sua iniziale sicurezza, volesse andare a parare. Un vero risveglio lo si è avuto quando il Brugnola ha tirato fuori un impensabile asso nella manica; l’appalto, forse fatto troppo allegramente, della macchinetta del caffè che sta in fondo al corridoio del Comune: un vero scandalo per il quale forse dovremmo richiedere l’intervento di Maroni o dell’omino della Kimbo. Insomma, Brugnola non ne azzecca una, prende scoppole da tutte le parti, legge da un foglio stropicciato una dichiarazione tentennante e poi, al momento del voto, si alza e se ne va. Non una parola nel merito della questione, sempre fuori tema e dall’incomprensibile impostazione. Il Pd come al solito lascia il segno.
Le dichiarazioni che il sindaco Lucci ha rilasciato durante la discussione sono state rilevanti. Ha lamentato lo stile "aggressivo” – sebbene legittimo – dell’opposizione nelle strade con i volantini (anche se poi è stato risarcito con gli interesse dalle deviazioni sonnolente di Brugnola) e ha negato che il comune di Sabaudia abbia mai commesso atti poco trasparenti anche se, secondo Brugnola, le commissioni non sono più in gradi di riunirsi da mesi ormai (una questione ottima per un altro consiglio comunale). Lucci ha assicurato che sarà lui stesso a richiedere una commissione di accesso nel suo comune per far vedere che tutto va bene e ammette che, forse, qualche errore lo ha fatto. Ma se il comune di Sabaudia si trova in questa situazione ora lo si deve anche a questo “piccolo” errore politico. Ovvero aprire le porte alla candidatura di una persona che magari al momento della chiusura delle liste non era ancora indagata – Lucci afferma di aver appreso delle indagini solo dopo la chiusura delle liste – ma anche solo di averle aperte quelle liste ad un esponente di una famiglia “in vista” come quella di Salvatore di Maio, da sempre al centro di mille sussurri nella città di Sabaudia e anche da qualcosa di più. Di Maio infatti era già stato, anni fa, sottoposta ad indagini e misure di sorveglianza speciale. Nel documento non ancora emendato del 19 ottobre si legge che "i voti riportato dalla lista Liberali Popolari di Rosa di Maio non sono stati determinanti all’elezione del sindaco che ha riportato più di 7000 voti contri i 261 riportati dal consigliere di Maio”. E allora perché tanto rischio per una lista come quella di Liberali Popolari dal basso appeal elettorale e che per giunta porta in dote l’esponente di una famiglia che purtroppo non può vantare la migliore delle reputazioni (fermo restando che un imputato è innocente fino a prova contraria)? Forse perché quella manciata di voti è stata determinante per ottenere quel premio di maggioranza valido ad ottenere tre seggi in più soffiati alle opposizioni? Oppure la candidatura della di Maio era spinta da qualcuno che poteva fare pressioni come per esempio un importante esponente politico o dirigente di partito? "A pensar male si fa peccato ma ci si indovina” diceva Andreotti ma qui le tesi sono equivalenti e non tendono per il meglio. A dire il vero non importano i motivi. Almeno non più in questa fase. Sta di fatto che quel "piccolo” errore politico, magari declassabile pure a leggerezza, è stato la causa di un grande pasticcio istituzionale del quale non si possono certo accusare coloro che lo denunciano, seppur blandamente come il Pd di Brugnola ieri sera. E a poco serve rivangare le scalinate nel centro che sarebbero state approvate "da giunte di centro sinistra” perché in ogni caso il sindaco Lucci governa oggi e quindi il suo problema va risolto oggi. A questo punto non resta da domandarsi se, una volta ammesso, seppure a denti stretti, l’errore che ha fatto, Lucci e il Pdl non ne stiano facendo un altro. Ovvero, accontentarsi di queste dimissioni lasciate alla disposizione del dimesso, dimenticando che spesso la forma è sostanza e che le azioni simboliche sono importanti per la gente. Rosa di Maio quindi, rimarrà una sedia vuota nel consiglio, una presenza "non presente” nell’aula e negli appelli, nel paese dove non si dimette mai nessuno, almeno in questo, siamo stati coerenti.

Ivan Eotvos

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