Eventi & Cultura

Nel Museo della Memoria la Cori del passato

Nomi, soprannomi, mestieri, oggetti d’uso sociale, attrezzi da lavoro...

25/05/2010

Dalla presentazione del libro di Francesco Moroni “Nel Museo della Memoria: Ricordi della Cori del passato”, avvenuta ieri mattina nella Chiesa di Sant’Oliva, sono emersi diversi spunti interessanti. Questo scritto rientra a pieno titolo nella collana dei “Documenti di Cultura Lepina”, offrendo un saggio che testimonia il paesaggio epocale della cultura corese: è, infatti, una precisa radiografia della cittadina collinare dagli anni 20-30 del XX secolo ad oggi, passando in esame tutto quello che l’autore ha ritenuto meritevole di sopravvivere nel tempo. C’è la Cori di ieri, operosa e litigiosa, ma non priva di risorse, che Moroni ci lascia immaginare, e sembra di riviverla con malinconia insieme a lui, passando attraverso la storia di persone, cose e fatti, così come la ripropone con dovizia di particolari. Sfogliando le pagine è possibile sentire intorno a sé l’atmosfera del secolo scorso, immagine, se non le si è conosciute, le persone, vedere piazze, vicoli, negozi e abitazioni di un centro urbano che si intaglia in un lungo percorso di storia. Nomi, soprannomi, mestieri, oggetti d’uso sociale, attrezzi da lavoro ed una miriade di dettagli, bilanciando qualità e difetti di una popolazione nella quale erano le sue radici e che rendono piacevole la lettura ed il raffronto tra ieri ed oggi, misurando lo spazio di tempo e i mutamenti avvenuti. Emerge una Cori che settanta anni fa era sicuramente più a portata d’uomo, dove la comunità esprimeva la sua allegria e vivacità creativa a modo suo, attraverso giochi, balli, festività, divertimenti, tradizioni e viveva con rispetto dell’ambiente, grazie all’esempio dei suoi personaggi, al suo legame con la terra, alla caratterizzazione dei luoghi e sapeva organizzare servizi. Così le tappe della vita, seppur brevi, scorrevano come pellicole, e ai nullafacenti veniva pagata l’indifferenza della loro nullità, nonostante il ceto sociale; ma l’autore non dimentica neppure i sapori della cucina, l’importantissimo linguaggio del dialetto, né le istituzioni che regolavano la vita civile. Nelle pagine da sfogliare c’è un Tutto Cori con straordinarie reminiscenze che hanno lo scopo di risvegliare almeno il ricordo delle usanze e dei comportamenti che oggi sembrano anacronistici, ma un tempo erano il seme della vita: si possono leggere anche come un calendario che scandisce le tappe di una società contadina, fatta di superstizione e di credenze, abusi e magnanimità, rivalità e alleanze, ceti e parentele, ma salvaguardava un popolo coeso nella sua immagine comunitaria dei principi religiosi e civili; quando cioè la parola bastava, una stretta di mano era una firma, ma l’odio poteva essere eterno. Nelle parole di Moroni c’è tristezza per aver perduto tutto ciò, ma anche un sottile buonumore incollato a personaggi che acquisivano notorietà pubblica con battute spiritose dalle quali emergevano stati d’animo, comportamenti e vizi: egli riserva spazio a queste figure storiche locali perché da esse era stato impressionato da ragazzo, personaggi che non sono stati mai dimenticati, per questo ancora oggi se ne parla nelle piazze e nei bar. Cori sopravvive così nel tempo, attraverso episodi che lasciano amareggiati, ma infondono nel contempo simpatia per la sua gente, e l’autore ha la capacità di rievocarne le tappe entrando nei risvolti della società e delle persone che l’hanno formata e deformata, scaglionata in ceti e poi ricompattata, riempita di rivalità e di solidarietà: insomma una specie di diario corese, preciso e costantemente incollato alla realtà di un mondo cresciuto con l’autore, anno dopo anno, trasformandosi.

Rita Bittarelli

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