Politica

Dopo la Fatwa di Veltroni, la difesa di Parisella

«Fondi è diventata oggi pari alla Chicago degli anni 30 e di Al Capone...»

25/08/2009

Veltroni ha decretato con la sua fatwa: “Sciogliere subito il Consiglio comunale. Si tratta di decidere da che parte stare: con lo Stato o con la mafia”. Il Governo Berlusconi è avvertito. Per l’ex sindaco del sacco urbanistico di Roma, Fondi rappresenta il “simbolo” nazionale della lotta alla mafia. Fondi, è posta alla stregua dei luoghi più malfamati in fatto di criminalità mafiosa, quasi paragonata alla Chicago degli anni ’30 e al dominio di Al Capone. Qualsiasi persona di buon senso, ogni attento studioso dei fenomeni di mafia, non potrebbe che indignarsi di fronte a tale dichiarazione, la cui strumentalità e abissale inconsistenza è senza limiti. Procedere per irragionevole logica contrappositiva: con lo Stato o con la mafia, con il Governo o con il prefetto, con me o contro di me, è una concezione aberrante negatrice dei valori dell’ascolto, del dialogo fecondo, della disponibilità a riconoscere le ragioni altrui, delle condizioni di parità che devono essere assicurate e riconosciute ai contendenti in un qualsiasi procedimento, legittimati a far valere nel rispetto delle regole i propri diritti, le proprie argomentazioni. Nella fattispecie di Fondi, addirittura vengono sovvertite le norme costituzionali che dispongono e regolano la gerarchia degli organi, la legittimità delle decisioni assunte da istituzioni sovrane rispetto a enti territoriali derivati e periferici. Per Veltroni e i giustizialisti il governo viene privato della sua autonomia decisionale: deve decidere a senso unico, nella direzione della richiesta del prefetto Frattasi di scioglimento del Consiglio comunale di Fondi. Il Governo deve giocoforza rinunciare alle sue prerogative costituzionali, che nel caso in ispecie, significa valutare nel merito non solo la relazione di parte inoltrata dal prefetto, ma altresì la minuziosa e vasta documentazione esibita dal Comune di Fondi, tramite cui tenta di evidenziare come detta relazione prefettizia, riportata dai media, è costruita su ipotesi, assunti teorici e presunti condizionamenti con esponenti mafiosi, tutti privi di fondamento. Un esempio concreto: l’amministrazione comunale, tramite il suo apparato dirigenziale, è accusata dal prefetto Frattasi di aver aggiudicato prestazioni di servizio a ditte operative da anni sul territorio locale e provinciale (Gevi, Net service, Impresa di pompe funebri Trani), risultanti in possesso di tutti i requisiti di legge, compresa la certificazione antimafia, rilasciata proprio dalla prefettura di Latina. In ossequio all’osservanza delle leggi vigenti, che prescrivono la tutela ed il riconoscimento dei diritti soggettivi delle persone e delle imprese regolarmente legittimate a svolgere la propria attività, la Pubblica amministrazione non può denegare tali diritti, pena il provocare conseguenti contenziosi e danni erariali dei quali L’Ente interessato sarebbe certamente intimato dalla Corte dei conti al risarcimento tramite i suoi amministratori e/o dirigenti. Per cui, se gli organi inquirenti e la stessa prefettura ritengono che tali imprese siano riconducibili a personaggi malavitosi, disponendo di tali informazioni ormai da anni, perché non hanno impedito alle stesse di esercitare la propria attività? È da più di trent’anni a questa parte che ogni anno puntualmente le relazioni antimafia descrivono la mappa delle varie presenze malavitose sul territorio fondano. Orbene, non spettava certo al Sindaco, alla Pubblica Amministrazione impedire di operare a imprese formalmente in possesso dei prescritti requisiti di legge. * Perché la Prefettura di Latina ha fino ad ora legittimato le stesse all’attività tramite il certificato antimafia? * Perché il prefetto Frattasi, nella sua veste di commissario straordinario presso il comune di Gaeta si è servito della Gevi per la richiesta di personale, mentre nella sua relazione accusa l’amministrazione comunale di essersi servita della stessa, poiché riconducibile ad un personaggio malavitoso? Parimenti gravi risultano le violazioni di legge commesse dai signori della Dia (direzione investigativa antimafia) che disposero incautamente l’arresto di dirigenti comunali con accuse e imputazioni di reati rigettate in toto dal Tribunale del Riesame di Roma. Nei confronti dell’ing. Mariorenzi, allora dirigente del Lavori Pubblici, i giudici del tribunale sentenziano:”Non risulta in alcun modo, neppure a livello di semplice sospetto, che Mariorenzi sapesse dell’esistenza di un’associazione mafiosa e che la sua condotta era finalizzata ad agevolare l’attività dell’associazione stessa”. Ma di tutto ciò nulla importa a Veltroni e compagni, completamente proni alla relazione Frattasi, alle accuse generiche e fantasiose in essa formulate, dove addirittura la semplice parentela costituisce motivo di gravi sospetti e imputazioni di reati gravissimi quali l’aver favorito l’infiltrazione mafiosa. Inoltre, la incoerenza politica di Veltroni che invoca come soluzione estrema, di carattere “simbolico” di rilievo nazionale, lo scioglimento del consiglio comunale, si svela in tutta la sua nudità e strumentalità allorquando legittima la continuata permanenza del gruppo consiliare del Pd nella massima assemblea rappresentativa, ritenuta “luogo di intreccio di poteri criminali e di politica che deve essere stroncato”. La buona politica, il vero valore della legalità, la priorità del valore costituzionale dei diritti fondamentali, il buon senso, il pronunciamento del corpo elettorale nel suo sovrano esercizio democratico, la tutela e la valorizzazione degli organi di democrazia rappresentativa, l’Ente locale quale elemento fondante della Repubblica Italiana, il principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, tutto è piegato dagli epigoni del giustizialismo ad una bruta logica di parte, non disdegnando di utilizzare tutti gli strumenti possibili per tal fine.

Rita Bittarelli

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