Eventi & Cultura

A proposito di Facebook

Moderate considerazioni sul Social Network più in del momento dopo le riflessioni di Sara Fedeli e Roberta Colazingari

06/02/2009

Come ha scritto Roberta Colazingari in un suo recente intervento su ParvapoliS "oggi va di moda Facebook", l'ultima diavoleria figlia della rivoluzione internettiana. Dobbiamo prenderla come una buona notizia o, al contrario, preoccuparci? Devo confessare che sto analizzando il fenomeno Facebook da alcune settimane e il suo successo un po’ mi sorprende. È facile da usare - da ciò la sua larga diffusione presso ogni fascia di età – ma, alla resa dei conti, non sembra saper stimolare un vero dialogo né creare le premesse per stimolare idee innovative. In buona sostanza non serve a niente di veramente utile, se non a passare un po’ di tempo (“Giochi innocenti per bambini deficienti”, si diceva una volta). Si presta bene per buttare lì due frasette trancianti, ma ogni embrione di dibattito è destinato a esaurirsi in due battute, senza nulla di significativo da conservare nella memoria. La sensazione è che la gente non abbia nulla di urgente e sostanziale da dirsi, anche perché, grazie a Dio, i pochi rapporti autentici che ci restano hanno ben altri luoghi e modalità di scambio. I baci continuano a essere dati di persona, le partite a calcetto continuano a essere giocate sui campi di gioco dei soliti complessi sportivi e le riunioni di lavoro, per quanto noiose possano essere, si tengono sui consueti tavoli non virtuali. Su Facebook tutto è terribilmente veloce, molto risulta insostenibilmente idiota, con le controindicazioni dovute al riaffacciarsi di pseudoamici o ex fidanzate cui non sai/puoi dire di no, ma dei quali ti importa ormai poco (se però non accetti l'amicizia ci restano male e si dichiarano feriti nell’amor proprio). Personalmente sono poi rimasto sconcertato dal vedere ex amici con cui non mi ero lasciato per niente bene riaffacciarsi a distanza di anni come se nulla fosse successo, senza neppure sentire l’esigenza di aggiungere due righe di spiegazioni, quasi che, nel paese dell’indulto, ogni misfatto fosse destinato a cadere in prescrizione anche nei contesti amicali. Un’ultima doverosa precisazione riguarda l’articolo con cui Sara Fedeli ha criticato quanti (sono parecchi, ahinoi) si sono iscritti al gruppo di Facebook denominato “Città di Latrina”. Al di là degli evidenti intenti goliardici di qualche buontempone, va detto che negli scorsi anni io stesso ho più volte utilizzato il nome Latrina, avendolo sentito usare in modo scherzoso fin dai lontani anni ’80 e proponendo così una nuova triade: Littoria/Latina/Latrina per sottolineare un percorso diacronico: quello della degenerazione di una comunità che ha conosciuto una lenta ma inesorabile involuzione socio-economica e una corruzione dei costumi di cui troviamo evidenti testimonianze ogni giorno, sfogliando le pagine dei quotidiani pontini, a cominciare dalle sempre più evidenti infiltrazioni mafiose nel nostro territorio da parte di clan che vengono per riciclare e finiscono per comandare. Ma quando si è parlato di Latrina non si è mai fatto con l’intento di denigrare una comunità che, nonostante tutto, conserva ancora intatta la sua antica dignità fatta di lavoro e sudore, ma solo per invitare i cittadini ad aprire gli occhi circa certe faccende che riguardano la nostra città (meglio: la nostra provincia): fatti e fattacci che raccontano di un’economia drogata nel senso letterale del termine (abbiamo già metabolizzato l’omicidio Soldi?), della crescente moria di posti di lavoro, di una classe politica di soliti noti inevitabilmente distante dalla realtà e di una intera generazione di precari e diseredati che non trovano risposte concrete per progettare il proprio futuro a Latina. E scusate se è poco…

Fernando Bassoli

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