Eventi & Cultura

Storie di ordinaria follia

Charles Bukowksi è sicuramente un unico. Ma probabilmente non geniale

26/01/2009

Quando, ragazzo, mi avvicinavo alla narrativa contemporanea leggendo elzeviri e collaborando a riviste di settore, l'opera dello scrittore americano Charles Bukowski mi veniva presentata come geniale, in un certo senso unica. Qualche anno dopo, rileggendo la sua raccolta di racconti "Storie di ordinaria follia", edita da Feltrinelli, mi vedo costretto a ridimensionare la fiducia a suo tempo accordata senza condizioni: la produzione di tale autore è (inevitabilmente) unica, geniale un po’ meno. Ecco, in sintesi, la sua vicenda umana: Bukowski nacque ad Andernach (Germania) nel 1920. La madre era tedesca, il padre un soldato polacco-americano. Quando il futuro scrittore aveva due anni la sua famiglia si trasferì a Baltimora, nel Maryland, per poi spostarsi a Los Angeles, in California. Durante la grande depressione, Bukowski padre restò spesso disoccupato e, forse per questo, divenne manesco. Dopo essersi diplomato alla “Los Angeles High School”, Charles frequentò il “Los Angeles City College” per un anno, seguendo corsi di arte, giornalismo e letteratura. A 24 anni riuscì a far pubblicare un suo racconto breve intitolato “Aftermath of a Lenghty Rejection Slip”. Due anni dopo pubblicò un altro racconto: “20 Tanks From Kasseldown”, ma la sua disillusione verso il settore editoriale crebbe al punto che smise di scrivere per quasi un decennio che passò in parte a Los Angeles, in parte vagabondando per gli Stati Uniti, vivendo di lavori saltuari e tirando avanti prendendo stanze in affitto. Nei primi anni ’50 trovò lavoro a Los Angeles come postino, ma si licenziò dopo neppure due anni… Nel 1955 fu ricoverato per un’ulcera perforante che gli fu quasi fatale. Lasciato l'ospedale, iniziò a scrivere poesie. Sposò Barbara Frye nel 1957 ma divorziò nel 1959. La Frye, poetessa che dirigeva la rivista “Harlequin”, insisteva nel dire che le loro differenze erano personali, non letterarie, anche se era risaputo, si legge su Wikipedia.it, che era critica circa l'opera poetica del marito. Bukowski continuò a scrivere poesie e riprese a bere. Ritornò all’ufficio postale di Los Angeles, dove lavorò come impiegato per oltre dieci anni. Nel 1965 ebbe una bambina da Frances Smith, che fu chiamata Marina Louise. I due convissero per un periodo, ma non si sposarono mai. Il 1969 fu l’anno della svolta: Bukowski si licenziò nuovamente per fare della scrittura la sua principale attività, dopo aver ottenuto uno stipendio di 100$ al mese "a vita" da John Martin, editore del “Black Sparrow Press”. Aveva 49 anni e la sua esistenza prese un’altra direzione. Come spiega in una lettera dell'epoca, "Dovevo fare una scelta: rimanere all'ufficio postale ed impazzire, oppure andarmene da lì, giocare allo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame". Meno di un mese dopo aver lasciato le poste, terminò il suo primo romanzo: “Post Office”, che lo rese celebre. Nel 1976 Bukowski incontrò Linda Lee Beighle, proprietaria di un alimentari. Due anni dopo la coppia si trasferì nell'East Hollywood, dove Bukowski aveva vissuto la maggior parte della sua vita, a sud di Los Angeles. La coppia si sposò nel 1985. Bukowski morì di leucemia fulminante il 9 marzo 1994 nell'ospedale di San Pedro (California) all'età di 73 anni. Aveva appena completato il suo ultimo romanzo: “Pulp”. Il rito funebre fu celebrato da un monaco buddista… Se è vero che lo stile di Bukowski ha una sua particolarità, è parimenti vero che questo libro, sua stralunata autobiografia in forma di racconti, non mi convince molto dal punto di vista meramente formale, stilistico, e scusate se è poco… A volte, infatti, la scrittura non mi sembra sufficientemente curata, e l’autore pare limitarsi a puntare tutto sull'originalità disperante di certe trovate tipiche di quel minimalismo a stelle e strisce modello Carver o Fante che, chissà perché, piace tanto agli editori italiani. Al centro di ogni singola vicenda raccontata stanno i demoni coi quali l'io narrante/autore deve costantemente, ossessivamente direi, fare i conti: le tasche perennemente al verde, lo stomaco devastato, il sesso mai in pace, l'insonnia, il vizio dei cavalli, la difficoltà quotidiana di “strappare la giornata” e soprattutto il male di vivere. Charles Bukowski: c'è chi lo definisce pazzo, beffardo, tenero, candido, cinico. I suoi racconti scaturiscono da esperienze dure, pagate tutte di persona, senza alibi sociali e senza falsi pudori. "Forse un genio, forse un barbone." si legge in quarta di copertina, ma viene da pensare che parte dei motivi del successo italiano di questo scrittore vadano ricercati nella nostra esterofilia culturale, nella facilità con cui ci innamoriamo di tutto ciò che è “altro”. Indubbiamente "Storie di ordinaria follia" strappa qualche risata e suscita una certa simpatia per l’autore e le sue cento disgrazie, ma, alla resa dei conti, non soddisfa più di tanto le mie legittime aspettative di lettore pagante, finendo per proporre una visione troppo pessimistica dell’uomo, della vita, del futuro ("Non fidarti di nessuno che abbia più di 30 anni. Sul piano statistico, questa è una buona formula: la più parte degli uomini si sono venduti, per allora. Ma allora, in certo senso, come posso fidarmi di un uomo sotto i 30? Anche costui probabilmente si venderà." scrive l’autore a pag. 282). Siamo davvero messi così male?

Fernando Bassoli

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