Eventi & Cultura

L'Ottomana di Gian Luca Campagna

L'anima, lo scrivere e il viaggiare. E quelle cose, come i sentimenti, che rischiano di incatenarti per sempre

23/01/2009

Un’amica mi scrive via email e avverte che il mio morale ha raggiunto la fossa delle Marianne. Mi chiede. Le spiego. Mi interroga. Le illustro con dovizia di particolari. Alla fine mi capisce, mi comprende. Mi abbraccia moralmente. Anzi, rilancia. Nemmeno fossimo attorno a un tavolo di poker. Mi suggerisce terapie su terapie rispetto alla malinconia che mi pervade l’anima. Nel frattempo un’altra amica mi manda un sms, conosce gli anfratti del mio stato d’animo e cerca di tirarmi su il morale e mi apostrofa con una battuta: “Il colmo per uno scrittore noir? Andare in bianco”. Ci sorrido su e le confermo che è una frase che mi rivenderò. Intanto quell’altra amica, quella su internet, mi spiega che scrivere è catartico. Cazzo, io scrivo per mestiere. Come giornalista e scrittore. Dovrei mettere il bancone al mercato del martedì o da Gusto, reparto ghiottonerie (quando mi impegno), per l’inchiostro accumulato nel tempo unito ai files battuti ogni santo giorno che Dio si ricorda di mandare sulla terra. “Ma no!”, mi insulta. “Dovresti scrivere della tua anima”. Ecco, non che mi prenda alla sprovvista, ma guardarmi dentro mi è difficile perché poi se scavo a fondo trovo la mia fragilità che cozza col cinismo che spesso assumiamo per sopravvivere. L’ho smesso di fare da anni, quando mi ricordo della pratica mi fa male e riesco anche a buttare qualche lacrima. E allora assumo atteggiamenti spavaldi, indosso maschere e sorrido ma dentro ho sempre uno status melò e nero. Poi, oggi, però chi ti osserva bene si accorge che lo sguardo è sì intenso ma è anche velato di tristezza. E allora, perché dovrei scrivere? Per sfogarmi? O invece per amplificare il mio malessere? Quindi, un maledetto circolo vizioso, che mi rammenta senza pietà il mio spessore di sensibilità molto forte, ma che ho sempre cercato di soffocare. Intanto, si avvicina un collega e, guardandosi con circospezione attorno, mi consiglia un rimedio a suo dire infallibile: metti tutte le donne che conosci in fila e castigale. Come se la soluzione tampone fosse la migliore a disposizione. Nell’oblio di quella ginnastica da 15, 20, 25, toh, anche 37 minuti, c’è il segreto della felicità. Non credo proprio. C’è ferinità, d’accordo, ma è una soluzione che non pratico. Questo mi guarda e si secca del rifiuto, mi insulta e mi urla che non ho capito nulla della vita. Lo vedo sparire, inghiottito dal corridoio, e forse ha ragione. Mah. Una collega vicino alla scrivania che ha origliato la conversazione un poco accesa mi sorride e sorniona mi suggerisce un viaggio, “ma mica lungo, eh. Mica per forza in quei posti esotici, abbiamo luoghi affascinanti e suggestivi anche qui da noi. Vedrai come ti rilassi”. Oh, bella. I viaggi? Ma il mio amore è lei che mi ha contagiato coi viaggi e le spedizioni punitive in ogni dove. Se viaggio è peggio: primo, perché la malinconia me la porto dietro, non è che la lascio tra le mura di casa; secondo, ogni viaggio mi spezzerà il cuore perché è lei il mio viaggio. Ma mi son dimenticato alla fine la cosa più importante, e torniamo al punto di partenza, cioè scrivere. Scrivere me lo ha insegnato lei, lei mi ha dato lo slancio per la narrativa. A quel punto mi accorgo da solo che sono perduto, condannato per sempre. E mi ritrovo a scavare nella mia anima, fragile e forte.

Gian Luca Campagna

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