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Viva la fregna

"Tira di più....": dai sani detti lepini alle espressioni unisex

22/11/2008

Tira più...sarà anche maschilista come detto, ma a quanto pare continua a essere supervero. Giovedì pomeriggio, sala conferenze del Palacultura di Latina. Presentazione del libro di Antonio Pennacchi, Fascio e martello. Tutti si aspettano che Antonio dia in escandescenze. Invece è sorridente, equilibrato. Quando provoca, lo fa usando tutti gli strumenti della dialettica più raffinata. La platea applaude. Si parla di fascismo, di città nuove, vedi quante ne ha fatte il duce. In platea Gianfranco Compagno freme: sicuramente Pennacchi ha scritto qualcosa di sbagliato su Aprilia. Un delitto di lesa maestà. Al tavolo dei relatori sono seduti Gaetano Coppola del Messaggero, Alessandro Panigutti di Latina Oggi, Paolo De Simone della Provincia e Lidano Grassucci del Nuovo Territorio. Mi sono persa tutta la prima parte della discussione. Comunque va bene questa seconda, Antonio Pennacchi spiega che senza il progresso – che gli ha permesso di farsi innestare tre pace maker – sarebbe morto qualche lustro fa. Qualcuno in cuor suo maledice il progresso, ma non lo dà a vedere. Più che di fascismo si parla dei fascisti a Latina, ma di quelli anni '60-'70. Fascisti di seconda generazione, che ricordano un po' quegli imprenditori di seconda generazione che, giacca e cravatta, si mettono alla guida di una Ferrari. E pensano di essere imprenditori. Quando il patrimonio di famiglia svanisce capiscono che fare gli imprenditori è un'altra cosa. Si insiste sul fatto che Latina è una città che non cresce, che la società pontina vive ancora la sua adolescenza. Si parla dei fascisti che diventavano comunisti e tutto il resto dell'Italia non capisce perché. Il riferimento è al Fasciocomunista, il libro precedente di Pennacchi. Pennacchi dice anche che a Sezze stavano messi male. Credo che abbia detto questo, l'ho desunto da quello che è venuto dopo. Comunque, sul fatto che Latina non cresce viene data una spiegazione. Che provoca una reazione di Lidano Grassucci: "Fregna!". Il perché dell'esclamazione diventa secondario rispetto al successo avuto dalla stessa. E qui veniamo al punto dal quale siamo partiti: "Tira più .....". È la più popolare delle esclamazioni lepine, con tutte le varianti del caso: a Cori la fregna è sempre accompagnata dalla proprietaria/e. Piace molto "La fregna delle monache!". A Sezze, dove stanno sempre a dire che loro sono quelli che lavorano di più, è "Fregna lo mete", riferito alla fatica della mietitura (il discorso è complesso). "Fregna pe'" dovrebbe essere tipico di Priverno o giù di lì. Una tradizione che si sta perdendo. Anzi, per essere precisi, che si è persa negli anni '70, quando, credo dal nord, è stato importato "cazzo". Una parola che sapeva di evoluzione, che ha segnato la parità tra i sessi: basta mettere in mezzo sempre gli attributi femminili, ora tocca agli uomini. Hanno parlato di Latina che stenta a crescere, a formare la sua identità. La solita storia di sentirsi orfani di cultura e tradizione. "Fregna" in qualche modo ha restituito, almeno alla parte lepina della platea, l'orgoglio delle proprie origini. Molto più delle rievocazioni storiche e delle sagre. E basta con la versione moderna "fica", quella sì che (pur avendo origini antiche) è una parola che sa di un moderno forzato, di chi si vuole atteggiare. Sa anche troppo di unisex, si usa anche al maschile per dire che uno è bello o che un oggetto è alla moda. Torniamo alla fregna e al carretto di buoi.

Maria Corsetti

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