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Georgia on my mind

Cronaca di un viaggio che è stato da subito più di un viaggio. Un'esperienza dello Spirito. Anche senza portarsi la carta igienica da casa...

17/06/2008

Alla frase «Vado in Georgia» la risposta era sempre la stessa «Come mai vai in America?». La maggior parte delle persone sembrava non conoscere questo piccolo Paese situato nel Caucaso meridionale, bagnato dal Mar Nero, e vicino alla Turchia, l’Armenia e la Russia. Un Paese con una posizione geo-strategica molto importante sia per l’Europa che per l’America e che continua a destare interesse, a causa del conflitto interno con Abkhazia e Ossezia del Sud, che va ormai avanti da molti anni. Con un certo timore ho deciso comunque di partire per conoscere e “toccare con mano” la cultura di un popolo che è oggetto dei miei studi da diverso tempo. Sicuramente la guida che avevo comprato prima della partenza non era incoraggiante: “partire con scarpe robuste, portarsi la carta igienica…clima umido e fangoso” queste le premesse, in realtà disattese. Già perché la Georgia è riuscita ad affascinarmi (non solo perché alla fine non ho avuto problemi di carta igienica) con i suoi paesaggi, con la sua gente, con la sua profonda cultura. Tbilisi la capitale, si è negli ultimi anni molto europeizzata, le vecchie costruzioni georgiane in legno stanno lasciando il posto sempre di più a grandi palazzi, che spesso mal si conciliano con il paesaggio circostante. È opinione diffusa infatti, che sia necessario preservare il patrimonio storico della città con le sue bellezze architettoniche, simbolo della vera cultura georgiana. La città si può quindi dividere in due parti: la città vecchia, più caratteristica (e a mio avviso molto più bella), e la città nuova. Quello che ti colpisce sono queste strade enormi e a più corsie dove le macchine, ma soprattutto i taxi, sfrecciano senza alcun rispetto per il pedone. Questo argomento merita effettivamente di essere approfondito. Provate ad immaginare una “miriade” di taxi, o pseudo tali, che corrono su strade a più corsie, e un povero pedone che cerca di attraversare da un lato all’altro. È impossibile, e ve lo dico perché mi è capitato di perdermi proprio per questo motivo: non riuscivo ad attraversare. Nella mia testa pensavo: “Ok, proviamo a camminare un po’ magari trovo un semaforo o delle strisce” ma dopo il primo giorno ho capito che potevo dimenticarmele. Per non parlare delle auto che vengono usate. Non essendo necessaria la licenza infatti, è possibile utilizzare qualunque tipo di automobile, così mi sono trovata a salire su macchine che per accenderle bisognava “tirare l’aria”. La città può comunque essere visitata anche a piedi. Ti ritrovi così per Leselidzes kucha, principale via della città vecchia che prende il nome dal generale Leselidze eroe georgiano, o a camminare per Rustaveli (la via dove ha sede il Parlamento luogo di innumerevoli rivolte) in mezzo a dei grandi viali alberati, bar e locali tipicamente occidentali e ti rendi conto delle contraddizioni di un Paese che si trova a metà tra il suo passato sovietico e il suo presente europeo. Basta guardarsi intorno bene per rendersene conto, un esempio? Le scuole, che non hanno dei nomi ma vengono distinte l’una dall’altra attraverso dei numeri in pieno stile sovietico (cosa che avviene anche per la carceri). Anche l’economia georgiana sembra risentire ancora molto del suo passato. Sono numerose effettivamente, le donne che per strada vendono, con dei banchetti piccolissimi, quello che il loro orto offre (puoi vedere donne che vendono solo 10 cetrioli perché è quello che possiedono). La situazione non migliora nelle campagne. Se a Tbilisi infatti, si può respirare aria di Occidente, grazie anche alle numerose bandiere dell’Unione Europea, che sembrano dire “Ci siamo anche noi” (anche se il Paese non ne fa ancora parte), lo stesso non avviene fuori la capitale dove il livello di arretratezza ricorda l’Italia del primo dopoguerra. Quello che non si può dire però, è che i georgiani non siano accoglienti anzi per gli italiani hanno una vera e propria ammirazione, spesso dicono che hanno il nostro “temperamento”!. Anche il cibo non è male, a partire dal vino che è per loro una vera passione e che dicono di aver inventato passando per il khinkali, polpette di carne che vengono servite di solito senza contorno, fino al khachapuri, una pietanza che si può trovare anche come spuntino in banchetti ambulanti, costituita da una pasta sfoglia farcita con del formaggio. Che dire, sono bastati pochi giorni per lasciare un pezzo di cuore in questa nazione e per dire di volerci tornare al più presto, ormai “Georgia on my mind”.

Natalia Pane

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