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Oltre Lisbona, per la prossima Eufrasia

Oggi a Varsavia pare che regni un altro clima. Ma è così anche a Londra?

11/06/2008

A suo tempo, forse un po’ sottovalutando la portata del parziale “niet” al vertice di Nizza, espresso dagli esiti negativi dei referendum in Francia e in Olanda, avevo scritto che ciò era nulla di grave e che era da considerare come la foratura di uno pneumatico. In effetti, la litigiosità interna e l’inadeguato amalgama, palesatisi ad esempio con la più che mattacchiona e sciovinista conduzione politica della Polonia con i due famigerati gemelli al potere a Varsavia, ha accentuato le condizioni di crisi a breve e medio termine del processo di rafforzamento interno e di ampliamento del processo unitario. Oggi a Varsavia pare che regni un altro clima. Ma è così anche a Londra? Ci sarà da chiederselo per i prossimi anni, anche con apprensione. Infatti, un altro colpo basso al processo unitario nelle fasi già concluse è venuto proprio da Blair, prima che lasciasse il potere, con il bloccare, con il nuovo Trattato di Lisbona, la già avvenuta adozione della bandiera e dell’inno dell’Unione. Passo indietro terribile sul piano formale. Ma non su quello sostanziale, comunque. Infatti, questi simboli sono stati subito recepiti e fatti propri dai diversi popoli europei con grande spontaneità e convinta adesione. Certo, rimane il colpo inferto solo per accontentare gli antieuropeisti d’oltre Manica. Questi avvenimenti hanno sicuramente interagito in maniera fortemente negativa, tanto che anche il nuovo inquilino dell’Eliseo ha espresso pareri poco promettenti sull’evoluzione futura della politica dell’Unione. Per fortuna, alcuni ottimisti, come gli italiani, con il loro Presidente della Repubblica Napolitano, non hanno perso l’occasione per rilanciare nelle sedi appropriate entusiasmo, idealità e razionali esigenze di necessità politica a che il processo possa ritrovare a breve nuovo slancio. Ciò ha pieno riscontro, entro un panorama di 360°, con quanto ha appena detto il ministro degli Esteri italiano, Frattini, e cioè che l’Unione Europea non può essere solo “consumatrice” degli equilibri planetari sinora garantiti dagli USA, ma che essa deve diventare co-protagonista e co-responsabile a tutti i livelli con Washington. Ma per fare questo, sappiamo, che essa deve diventare quanto prima un effettivo soggetto politico a tutto tondo, in grado di esprimere una politica estera e di difesa comune. Su questo, non basta la ciliegina data da Sarkozy e da Bush all’Italia con il dare il loro assenso a che essa faccia parte del club che tratta con gli iraniani per la faccenda del nucleare, sicché il quintetto diventa un sestetto. I problemi che gravano sugli scenari internazionali sono sempre più gravidi di rischi di involuzioni e di pericolose crisi a carattere regionale, in particolare in Asia e nell’Oceano Indiano. Crisi di natura energetica, ma crisi, in Africa, di natura sia economica che ancor più umanitaria. Di fronte a tutto questo l’Unione Europea deve rilanciare sia le sue vitalità e idealità che ardire ad ambire a nuove prospettive. Questo vuol dire avere da un lato la capacità di convincere gli USA (con il loro prossimo presidente che si spera che sia meno oltranzista e meno schierato) a saper riscrivere intere pagine della strategia planetaria e delle priorità di alcune strategie regionali; e dall’altro di sapere rilanciare una politica di aperta collaborazione con un partner Nato “privilegiato” solo a parole, ma nella realtà cacciato da Bush dalla porta di servizio: la Russia. Bisogna ascoltare le ragioni di Mosca, ragioni che, se ritenute giustificate, vanno rispettate e fatte proprie. Ragioni sia nell’ambito più marcatamente strategico-militare, sia in quello del mercato dei commerci mondiali, sia nei “diktat” imposti dagli USA e dalla Nato alla Serbia. La distruttività dell’azione dell’amministrazione di Bush infatti in questo campo è sotto gli occhi di tutti.
L’Europa deve saper guardare oltre e alto. Per questo non può che essere respinta la fanfaluca di Sarkozy di creare due Unioni evirate, quella Europea e quella Mediterranea. La politica apparentemente ambiziosa ma in realtà sciovinista e retrò del nuovo presidente francese ha i piedi d’argilla e manca sia di concretezza che di prospettiva storica e “futuribile”. Per questo, va anche rigettata la sua idea di proporre in Francia una nuova legge anti-UE del futuro, con l’arzigogolo della ghigliottina referendaria per un Paese che superi il 5% della popolazione dell’Unione. Sarkozy manca di prospettive e ama i bagni dell’avanspettacolo, mentre scivola pericolosamente su un pavimento che ha ben saponato e che lo allontana dal centro dell’Europa, il cui cuore è la laicità, la cui calamita è l’unione, la comunità di popoli legati da differenze che sanno coesistere e superare le barriere storiche, religiose, ideologiche. E’ per questo che una delle tappe più importanti, ambiziose e al tempo stesso estremamente realistiche in chiave di prospettiva concreta dell’evoluzione futura della civiltà euro-mediterranea è quella dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Tappa che dovrebbe avvenire non oltre il 2025, a cui tutti si devono preparare e a cui già da adesso devono fortemente concorrere. Attraverso l’ingresso della Turchia e con il contemporaneo rafforzamento dei rapporti con le atre Nazioni mediterranee già associate alla UE, si potrà guardare alla soglia della metà secolo, da cui dipenderà l’ulteriore evoluzione sociale, culturale, politica, civile dei popoli della costa nordafricana e del Vicino Oriente in quello che dovrebbe portare a qualcosa che oggi pare poco credibile, ovvero al recupero di quell’unità che andò perduta quando si affermarono gli esclusivismi e i fanatismi religiosi, alla fine dell’età tardo-antica. Mentre gli Usa si volgono sempre più ad Oriente e all’Oceano Pacifico, mentre diventa sempre più cruda attualità quella di cui scriveva Braudel già oltre venti anni addietro, e cioè la marginalizzazione dell’Europa nel contesto planetario “addensato” tra Cina (il cui regime ha dimostrato la prima crepa nell’affaire Tibet, sulla cui sanguinosa invasione e occupazione aveva calato una cinquantennale coltre del silenzio; e altre ne mostrerà negli anni a venire) India, Giappone, Usa e Tigri d’Oriente minori, è bene i politici europei facciano bagni di purificazione e comincino a capire con quali velocità avvengono le trasformazioni internazionali, mentre qui essi rimangono inchiodati a problemi pseudo ideologici e da post guerra fredda. A proposito della metafora dei bagni di purificazione. Non si può far finta di dimenticare che un Paese adesso esaltato come unica democrazia nel Vicino Oriente sia prima e soprattutto una koinè confessionale fortemente caratterizzata dal dato religioso. Per essa, vi sono due “simul stabunt”: sua effettiva laicizzazione, sua effettiva coesistenza con la Repubblica di Palestina, a cui andrebbero (vanno) restituiti tutti i territori e garantiti molteplici corridoi smilitarizzati dall’entroterra al mare. Solo questa definitiva coesistenza non sulla carta ma sul territorio può garantire a questa gente, a questa “insalata russa” ultima eredità romantica del nazionalismo e del colonialismo europeo proprio delle comunità israelitiche e coniugata in salsa chiliastico-nazionalistica un futuro proprio di un popolo. Solo il suo coraggio può disinnescare destini tragici per tanti. Solo la sua non tardiva avvedutezza può liberare l’Europa presente dalla palla al piede con cui la tiene ormai stupidamente addomesticata; e il mondo islamico, Persia compresa, dal cul de sac in cui ha contribuito tanto a farli cacciare dall’età della diplomazia di Kissinger in poi: ognuno con le proprie ragioni, e non soltanto con i torti. E le ragioni non stanno certo a Tel Aviv e a Washington, se non di rado e nei limiti di una strumentalità che non avrà strada lunga, anche se a tutt’oggi favorita da una fanatica e generalizzata reattività acritica dell’integralismo islamico. Solo dopo, soltanto dopo si potrà parlare di inserire questo lembo di terra e queste comunità non ancora popolo ma gente soggetta alle suggestioni dell’idea della conquista di un sacro “Near and Far Est” di David nell’Unione.
Il futuro effettivo delle prossime due generazioni di europei e della loro Unione è legato indissolubilmente a queste linee direttrici, qui massimamente esemplificate. Non si tratta di utopia, ma di reale visione storica, come ebbe ad anticipare Ernst Junger. In tutto questo, per Eufrasia - Europa-Africa-Asia – il cui ombelico è il Mediterraneo, i compiti di Londra, Parigi, Roma, Madrid sono enormi. Quelli di Berlino ancora maggiori. Ma esse devono definitivamente superare gli steccati dei “provincialismi” postcoloniali o da piccole potenze atomiche e/o economiche. Una matura Europa, un’Europa delle Patrie, non può che ripartire e ricomprendere i limes romani. E nell’Oceano Indiano incontrarsi con Teheran (il cui regime non sarà perenne) e New Delhi, con cui sarà obbligata a dialogare e condividere risorse e libertà di mari e di commerci. Come a Nord con la Russia, la quale potrebbe e dovrebbe diventare prima complemento e poi anello di congiunzione maturo e definitivo dell’Unione stessa.

Domenico Cambareri

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