Eventi & Cultura

La morte dell'arte

La Pittura ha perso la sua funzione: oggi, quando va bene, è decorazione, arredamento

03/06/2008

Sabato mattina in redazione aspettavo un artista per un intervista. Inaugurava una mostra in una galleria e ci era piaciuto perciò, nel nostro nobile intento di promuovere tutto ciò che di culturale e artisticamente valido c’è in quel di Latina, abbiamo decis o di dare spazio alla sua personale interpretazione dell’arte e – noblesse oblige – alla sua voce davanti al microfono. Ebbene l’attesa ci è stata galeotta perché tra me e Mauro Cascio scatta la scintilla degli studi accademici.
Data la mia allergia nei confronti dei laureati in Conservazione dei Beni Culturali che si definiscono “Critici d’arte” e data l’eguale ripugnanza di Mauro Cascio nei confronti dei laureati in filosofia che si definiscono “filosofi” non sosterrò qui che la scintilla tra me e Mauro sia quella che da sempre ammant a di un’aurea olimpica la storica disputa tra filosofi e storici dell’arte. Ma è pur vero che si siamo caduti con tutte le scarpe. Lui mi cita Hegel, io gli cito Benedetto Croce. A colpi di Nietzsche e di filosofia dell’Estetica, ci siamo battuti in singolar tenzone e abbiamo riesumato le nostre vecchie acredini sulla cinematografia gibsoniana della passione di Cristo, accompagnata – come direbbe Gian Staccato Luca Campagna – da una fiamminga di iconografia cristiana barocca.
Pareri discordanti che colpo su colpo ci fanno sembrare più due samurai dell’idealismo che un filosofo (lui) e una storica dell’arte (io). La conclusione è che a morire non siamo né io, né lui. Noi sopravviviamo. Sopravviviamo all’arte. Lei sì ; che è morta. E non perché l’artista ci fa aspettare, dando libero sfogo alle nostre pessimistiche disquisizioni, ma perché è stata sostituita. Nel cuore della gente l’arte è diventata arredamento. Ecco tutto. Se un dipinto è rosso e nero, probabilmente si accosterà bene a quella calda parete ocra in soggiorno: “Che ne dici, caro? Potremmo metterla dietro al divano, vicino al vaso di cristallo che ci ha regalato tua madre per l’anniversario di matrimonio.. ma sì! Quello sul tavolino coi piedi felini stile Luis Quatorze”… Ecco in questa frase, che tutti nella vita abbiamo sentito almeno una volta da mamme e zie, c’è l’ultimo alito di vita dell’arte che roteando su se stessa sfinisce esausta a terra e muore solenne per risorgere nei musei e nelle gallerie d’arte antiche, cioè nei luoghi più morti che esistano sulla faccia della terra. Ed è proprio qui che ritroviamo spesso, oltre alle spoglie della vera arte, le succitate zie e madri impegnate in svenevoli e tragicomiche interpretazioni. Risorte dalla feccia del peggior romanticismo post–ottocentesco (l’Ottocento è il secolo che ha distrutto interi cicli pittorici con restauri sperimentali più vicini alle stregonerie indigene amazzoniche, che alla scienza), tali drammatiche espressioni teatrali non sono frutto della di quella famosa sindrome di Stendhal scelta anche da Dario Argento come titolo per un suo famoso film, ma semplicemente sono la prova tangibile che siamo arrivati alla dodicimilionesima puntata di Beautiful ma, dal momento che non si trova in giro un Ridge a pagarlo oro, ci si sfoga così e questo non è amore per l’arte, non è neppure buon gusto. Fingere adorazione davanti alla Primavera del Botticelli agli Uffizi e rimanere là due ore, divorati dalla noia e impegnati a fingere uno svenevole rapime nto culturale, non è amore per l’arte. L’arte è quella cosa che, prima del cinema e della radio, serviva ai committenti (che pagavano fiori di quattrini per litigarsi Michelangelo e Leonardo…) come mezzo di trasmissione di immagini che volevano fossero conosciute da tutti, analfabeti inclusi. Insomma, l’arte era per il committente un modo per raggiungere l’immortalità o per universalizzare un messaggio che altrimenti sarebbe arrivato solo a pochi. È il caso di Giotto ad Assisi. I Francescani volevano la massima divulgazione della Bibbia anche tra i numerosi analfabeti e come ottenere un risultato simile se non tramite lo stupore di un ciclo affrescato che ricopre metri e metri di pareti su più livelli? Come ottenere il massimo risultato se non ingaggiando il migliore artista che lo potesse fare? Arte come comunicazione, arte come stupore, arte come canale per la gloria eterna. Ed eterni sono gli schizzi di Michelangelo per Vittoria Colonna, eterno sarà sempre il sepolcro di Ilaria Del Carretto, nobile bimba lucchese morta prematuramente nel dolore acerrimo dei genitori, che hanno voluto renderla immortale e bellissima per consolare una perdita insopportabile. Eterne sono le rappresentazioni delle battaglie di Anghiari e Cascina che – seppure distrutte – colpiscono ancora talmente tanto l’immaginario comune che restano ancora oggi tra le opere d’arte migliori mai realizzate. Arte come celebrazione quindi.
E arte come sublime intento di comunicare sentimenti ed emozioni nel numero gigantesco di tele, affreschi, oli su tavola che raprresentano i martiri. Ed è un vero scempio vedere donnine imperturbate e finti intellettuali in estasi di fronte al martirio di San Bartolomeo di Ribera, che aveva come intimo scopo il totale sconvolgimento emotivo dello spettatore, perché per quello era stato pagato e perché per quel risultato era giudicato un genio. E allora due sono le cose: o Ribera non ci aveva capito nulla, oppure i suoi scopi ultimi non possono più trovare una collocazione nel mondo attuale. Sconvolgere, rapire, estasiare e condividere sono intenti che c’erano allora e ci sono oggi. Il discrimine culturale che ha modificato il nostro ipotalamo da quello dei nostri progenitori è l’invenzione dell’arte in movimento (il cinema) e l’alfabetizzazione che permette praticamente a tutti, di leggere un libro (anche se i più continuano a preferire l’arte figurativa del cinema alla lettura).
Ebbene se qualcuno continua a trovare strano e di discutibile gusto le scene “splatter” della “Passione di Cristo” di Mel Gibson, non si azzardi a fingere di apprezzare l’arte Barocca e Rococò che di scene splatter è l’ispiratrice storica. Sante Lucie con gli occhi cavati e gettate in un pozzo con una colata di olio bollente, Sant’Agate con le mammelle strappate, San Maurizio vivo e visibilmente sofferente con le interiora estratte direttamente dalla pancia e arrotolate attorno a un fuso di quelli che si usavano per lavorare la lana, sono la cosa meno splatter che vi capiterà di vedere se andate per musei trascinati dalla vostra passione per l’arte post-medievale. Per non parlare di Cristo “patiens” sulla croce. Chi di voi,presunti amanti dell’arte, prova un senso di nausea davanti al chiodo infilzato nella carne? Nessuno? Ebbene chiunque sia l’artista, se non avete la nausea, non avete diritto a definirvi “appassionati” d’arte. Certo, potete imparare ad apprezzarla, farvi una cultura immensa allo scopo di rimorchiare una ragazza secondo il luogo comune più vecchio del mondo, ma non fate finta di svenire dalla meraviglia perché sareste solo patetici, mancati attori di uno psicodramma per casalinghe represse. La pittura e la scultura hanno perso i loro scopi, per questo stentano a restare a galla, per questo abbiamo artisti contemporanei che diventano famosi conservando in un barattolo le proprie feci e uccidendo cani in una lenta agonia alla biennale di Venezia. Abbiamo perso il genuino, bambinesco stupore che era l vero motore dell’arte, quello che ci ha fatto arrivare la morte della Madonna di Caravaggio sotto le spoglie di una prostituta romana annegata nel Tevere. Pittura e scultura –che lo si voglia ammettere o meno – sono soffocate dall’incombere del cinema che – quello sì – interpreta bene i bisogni istintivi del nostro cervelletto. E riflettendoci bene, ancora resiste l’architettura perché quella non è stata ancora sostituita da un’evoluzione di se stessa. Un po’ come dire che le famigerate “4 mura” sono ancora l’investimento migliore, anche dal punto di vista artistico… Se amate davvero la pittura contemporanea, il massimo onore che potete fargli è quello che Luigi XIV di Francia concesse in modo involontario alla Monnalisa: comprate opere per metterle in posti che non è lo stile d’arredamento a suggerire. Il re francese sfidò la genialità di Leonardo, mettendo il suo capolavoro nel gabinetto dove si ritirava per i suoi bisogni. Sfidando i cliché, ha potuto constatare che il simbolo dell’ arte stessa – la Monnalisa – tale rimaneva anche se posta in un luogo impensabile.
Quando tireremo fuori l’arte dall’obbligo di essere prima di tutto arredo per trovare acquirenti, allora forse, ci sarà una resurrezione auspicata e agognata. Ma fino ad allora, di grazia, nessuno si appelli a Stendhal per fingere intelletto, cultura e passione.

Sara Fedeli

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