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L'Ottomana di Gian Luca Campagna

La fiaccola della discordia. L'unica che ha avuto le palle è stata la Santanchè

02/05/2008

L’unico che finora ha avuto le palle per dire di no alla spedizione sportiva italiana alle Olimpiadi in Cina è stato Daniela Santanchè. Il che sta a significare ancora una volta che le palle non sono un attributo a uso esclusivo maschile ma dovrebbero essere assegnate (o tolte) ogni qualvolta si usano (o non si usano), indipendentemente dal sesso in questione. La leader de La Destra affascina per la sua bellezza che ostenta a dispetto degli anta e per la grinta che mostra a ogni ‘pasionario’ intervento. La protesta messa in atto dal Tibet è arcinota, molti però non conoscono le motivazioni per cui i bonzi si immolano e protestano (più o meno civilmente) contro il governo cinese. Se chiedete alle classi dirigenti federali di turno il perché della protesta assisterete a risposte choc. Perché molti ignorano il reale motivo della ‘resistenza passiva’ dei monaci buddhisti. E perché, se lo sapessero, forse potrebbero ponderarci qualche minuto su prima di sciogliere dubbi e riserve. La Cina ha invaso le isolate valli del Tibet durante gli anni ‘fulgidi’ di Mao, poiché ricche di riserve naturali (da lì sgorgano le acque del Gange, dello Yang Tze e del Mekong), che in breve mise in atto il concetto di sinizzazione tanto che nel breve la ridente popolazione cinese passò a 8 milioni mentre quella tibetana si arrestò sui 6,5 milioni: praticamente passò la strategia della colonizzazione, un po’ come quella cui il mondo ha assistito per la Palestina. La Cina maoista rivendicò un diritto di proprietà di quelle vallate risalente al XIII secolo e lo fece proprio, invadendo con esercito e centrali nucleari oltre che con orde di famigliole sorridenti. Tutti sanno che il Dalai Lama, la massima espressione religiosa e politica del Tibet, vive in esilio, ospitato in India. Questo è in sintesi: inutile rimarcare che ogni volta che sale la protesta dei tibetani il governo centrale cinese interviene e soffoca (spesso nel sangue), come ad esempio è accaduto nei giorni scorsi, quando fu accesa la fiaccola olimpica, tanto che si sono generate proteste anche in Europa durante i passaggi del tedoforo, proteste replicate e amplificate anche in India, Corea e Giappone. In Italia l’unica seria voce di protesta che si è levata è stata quella del quotidiano ‘Il Riformista’ che (forse per i colori arancio che brillano sulla foliazione e che richiamano le vesti dei monaci) ha anche organizzato un corteo a Roma per sollevare la questione e sensibilizzare ulteriormente le masse occidentali. Se fossi un atleta (e in passato lo sono stato) e dovessi partecipare alle Olimpiadi di Pechino rinuncerei per rispetto del dolore di un popolo che non ha libertà e che reprime con la violenza ogni rimostranza non accettando mai il confronto. Saranno banalità, ma la bandiera olimpica è macchiata di sangue, quel sangue che il governo cinese sparge dei tibetani (e degli stessi cinesi), mentre il mondo assiste inerme o si volta dall’altra parte per non guardare. Eppure, lo spirito delle Olimpiadi è altro. Lo è sin dalla sua genesi. Abbandonando lo spirito decoubertiniano che non ho mai digerito nemmeno nelle sfide a freccette nelle più squallide birrerie di periferia, quello che si è perso delle Olimpiadi è proprio il suo spirito nativo. Anche qui, solita domanda. Perché sono nate? Nacquero oltre 700 anni prima di Cristo per lo spirito di competizione agonistica tra i greci (e solo loro) nelle discipline di corsa, lotta, pugilato, pancrazio, gare equestri, salto in lungo, lancio del giavellotto e lancio del disco. Ma al di là dell’aspetto squisitamente sportivo, quello che va sottolineato è che in tutta la Grecia per tutta la durata dei giochi venivano sospese le guerre (la tregua era chiamata Ekecheiria). E siamo in un periodo in cui la forza e la prepotenza dominavano su tutto, anche sulla filosofia e l’arte. Queste sono le Olimpiadi antiche, quelle moderne invece furono ‘volute’ dal barone francese Pierre de Coubertin, che cercava una spiegazione alla sconfitta francese nella guerra franco-prussiana (1870-1871), giungendo alla conclusione che i francesi non avevano ricevuto un'adeguata educazione fisica. Ma il pensiero di De Coubertin andò oltre, cercando anche di trovare un modo di avvicinare gli stati, appunto attraverso una competizione sportiva piuttosto che attraverso attività bellicose. Il resto è poi noto per gli sportivi: vi fu un congresso alla Sorbona nel 1894 e la decisione di istituire le Olimpiadi dal 1896 ad Atene. La scelta della bandiera olimpica, quella dei cinque anelli intrecciati in campo bianco, fu effettuata perché i colori degli stessi sono presenti nelle bandiere di tutte le nazioni (quindi la loro combinazione simboleggia tutti i Paesi), mentre l'intreccio degli anelli rappresenta l'universalità dello spirito olimpico. Domanda: ma se queste sono le Olimpiadi dell’epoca moderna, della civiltà contro le barbarie, perché le guerre almeno per le settimane dei giochi non si fermano? E perchè l’organizzazione delle Olimpiadi vengono affidate a Paesi che calpestano i più elementari diritti civili e calpestano anche quelli dei cittadini di altri Paesi? E poi: siamo sicuri che la comunicazione verso l’esterno durante i giochi possa essere così facile come normalmente oggi lo è? Non dimentichiamo che la Cina ha oscurato ogni genere di comunicazione e pochissimo è filtrato della repressione in Tibet (ivi compresi you tube e immagini tramite telefonini cellulari). La tragedia di Monaco 72 non è poi così lontana dalla memoria, anche perché troppi sono i focolai di rivolta sparsi in tutta la nazione gialla contro il regime dispotico. Purtroppo aspettiamoci gesti clamorosi proprio durante la fase finale dei giochi ad agosto: per qualche disperato è l’unico modo per sensibilizzare il mondo rispetto alle azioni reprimende del governo cinese.

Gian Luca Campagna

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