Politica

Revisionisti di provincia e il bisogno delle scuole

Considerazioni sul 25 aprile dopo le posizioni di Latina Oggi e di ParvapoliS

27/04/2008

Non pensavo nel 2008 di dover spiegare la Libertà. Quando mi sono innamorato della Politica (ormai oltre 30 anni fa), intesa come partecipazione alla vita della polis, della comunità, della città, pensavo che alcune conquiste erano per sempre. Mi sbagliavo e non poco. Leggo su Latina Oggi che un certo Historicus, credo sia il senatore Giuseppe Ciarrapico, che suggerisce come festa degli italiani il 24 maggio al posto del 25 aprile. Penso che il primo sole di primavera dà alla testa. Ma poi leggo su ParvapoliS un articolo di Elisabetta Rizzo che suggerisce di festeggiare, il 25 aprile San Marco, e non la Liberazione. Lei dice che le idee della liberazione sono finite: “non ci sono più comunisti e fascisti”. Due appunti: la Resistenza non è stata comunisti contro fascisti. Il movimento contro i nazifascisti aveva una componente comunista importante, ma dentro c’erano anche socialisti, repubblicani, monarchici, tanti cattolici. Erano antifascisti, per ricordarlo alla Rizzo, perfino i boy scout. Ricordo alla Rizzo e a Historicus che nessuna data fondante di una comunità può essere neutra, condivisa da tutti. Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra contro gli imperi centrali ma non tutti gli italiani erano d’accordo: non lo erano la maggioranza dei socialisti, non lo erano i cattolici, non lo era Giolitti. Anche quella data è leggermente di parte. Che poi a loro paia una parte giusta è perché è la loro. La Liberazione non è una data come un’altra perché non bisogna dimenticare chi era il nemico: il totalitarismo. I nazisti e i loro servi fascisti negavano l’idea di umanità stessa dell’Occidente, un giro nei campi di concentramento non farebbe male a molti. La Liberazione è l’affermazione dei Liberi contro i servi. Dice, ma quelle ideologie sono morte. Risulta morto il liberalismo? Risulta morto il socialismo? Cercate le risposte in Francia, in Spagna, in Germania, nel Regno Unito. Capisco che la politica è materia ostica, ma gli opinionisti ne dovrebbero masticare. Dice, ma la resistenza è di sinistra? Era di sinistra Edgardo Sogno, Amendola, Don Sturzo, Benedetto Croce? Erano di sinistra i ragazzi della divisione Acqui che votarono per “resistere” ai tedeschi? Erano di sinistra i ragazzi delle Aquile selvaggie, giovani scout di Milano, che, da cattolici, non obbedirono alla soppressione del movimento del 1928 e fecero la resistenza? Li guidava un sacerdote Monsignor Andrea Ghetti e Giulio Cesare Uccellini. E non mi pare che i cattolici siano scomparsi, che gli scout siano scomparsi. Non mi pare che siano, gli scout, dei pericolosi comunisti. Comprendo la voglia di “rivedere” la storia, ma è cosa altra manipolarla, ribaltarne il corso. Oggi su queste colonne, nella rubrica delle lettere, Ivan Simeone spiega la “Nuova Destra”. Dando per assodato, scontato, che la Destra italiana è quel movimento politico erede del fascismo in qualche modo. Mi sia consentito di “spiegare”: la destra europea è liberale. Sono di destra i conservatori inglesi, i partiti liberali di tutto il continente. Sono di destra i repubblicani americani. Qual è la loro caratteristica? Il culto della libertà dell’individuo: l’uomo è nato libero, il dispiegarsi della sua singolare libertà priva di vincoli (famiglia, corporazioni, religioni) è il bene per lui e per tutta la collettività. Non c’è nessuna idea di capo da seguire semplicemente perché è inaccettabile l’idea del capo per un liberale. È di destra l’idea di un mercato libero senza vincoli, l’idea (che Tremonti ribadisce ad ogni piè sospinto) dello Stato minimo. L’idea che lo Stato meno fa meglio è. Lo Stato deve garantire difesa, giustizia e sicurezza, il resto è compito della società civile, degli individui. Non c’è alcuna funzione etica dell’operatore pubblico che non può insegnare a vivere all’individuo alle comunità che lo sanno fare benissimo da soli. La storia che racconta Ivan Simeone è di movimenti politici che nulla hanno a che fare con la tradizione della destra europea. Infatti loro stessi negli anni ‘70 si definivano né di destra, né di sinistra, ma in “terza posizione”. Una confusione gigantesca con luoghi comuni che diventano categorie della politica che, invece, ha le sue. La destra europea è per il mercato libero e ha in odio le rendite di posizione: le corporazioni, gli ordini professionali. Vale a dire l’ossatura stessa dello stato fascista. La destra europea è cosa diversa dalla nostalgia reazionaria di chi pensa alla società divisa per ordini dati dai natali. Parlo di quanti si spingono pure ad avere nostalgia di monarchie da operetta tipo i Borbone, sottolineando l’efficienza di queste esperienze storiche ma non spiegando come mai sono stati gli inefficienti piemontesi a fare l’Italia e non gli “efficienti” sudditi di Franceschiello. I sistemi più efficienti vincono, non avviene mai il contrario. Tedio il prossimo con queste storie in ragione di una preoccupazione, non vorrei che siamo in quella fase in cui il rispetto dovuto alle idee degli altri, degli illiberali si traduca nell’idea della debolezza dei liberi. Mussolini parlava delle democrazie liberali anglosassoni come delle plutocrazie sull’orlo del collasso davanti alla italica virilità. Sapete come sono andate le cose quando si è trovato davanti un conservatore, un liberale di destra, come Winston Churcill (anche lui non era comunista, ma libero). Churcill diceva: “chi vive nella libertà ha un buon motivo per vivere, combattere e morire”. Un liberale, un uomo di destra, che ha fatto dell’odio ai nazifascismi la ragione stessa del suo agire politico. E i conservatori inglesi concorrono in alternativa ai laburisti alla guida della Gran Bretagna ancora oggi. Torniamo a studiare la storia, torniamo alle categorie della politica. Perché anche qui vale la domanda che mi rivolge un mio amico quando ha davanti uno che si atteggia a capiscione: “È Li’, ma quisto le te le scole?”. (trad: “Lidano, ma questo signore ha studiato?” Questione di scuole, appunto.

Lidano Grassucci

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