Eventi & Cultura

Psicologia della Massoneria

Considerazioni sparse sull'ultima fatica saggistica di Massimo Graziani

12/04/2008

Ve la devo dire tutta. Io alla psicologia non credo. Sono tentato a dare credito a quelle grandezze del pensiero che la tenevano in grande considerazione, sì, ma sempre pseudoscienza era. Per la serie: non ti allargare. Non pretendere di dare spiegazioni delle cose e del mondo. Stattene buona e zitta al tuo posto. La tengo presente cioé a tempo perso, come giochino di società. Come il Monopoli, l'Allegro Chirurgo o il Risiko. Buona per molte cose. Tranne che per curarci la gente. Scherzava una delle grandi menti di cui sopra, che al secolo si chiama Jerònimo Leal, che insegna all'Università della Santa Croce e che per quanto almeno ne sappia io non gioca né a Monopoli né a Risiko, che ogni paziente sogna i sogni del suo analista. Sognerà archetipi se l'analista è junghiano, simboli sessuali se è freudiano. Se poi alla psicologia associamo quelle tramissioni televisive che ospitano sensitive che sentono sempre qualcosa, anche se non sanno bene cosa, fulminati che ti dicono essere caduti in una trance talmente regressiva da essere finiti, per sbaglio ti precisano, in loro vite precedenti... ecco, in questi casi la dignità è pari al mio conto in banca. Così quando ho saputo che Massimo Graziani, che per molti versi stimo, s'era avventurato in un libro intitolato "Psicologia della Massoneria" (Bastogi) m'è preso lo sconforto. Perché l'approccio sembrerebbe già di per sé un compromesso. Come fai a parlare di psicologia quando i simboli sono lì a rappresentarti altro? Come fai a non credere all'oggettività del reale e poi parlare di archetipi, inconscio? È la produzione del reale che ti interessa, in quell'approccio fenomenologico che, sbaglierò, è l'unico possibile. Cioé rendere al lettore quello che, nei simboli e nella ritualità massonica, ha depositato la nostra storia, la nostra cultura, il nostro spirito. Non il contrario: fare dire loro quello che dice Jung. Invece Graziani mi ha fregato. Intanto il libro è bello, e di questi tempi é già qualcosa. Graziani è uno studioso serio, pure se ha pregiudizi di ferro sulla Qabalah ed ha una prosa cordiale e colloquiale che non ti allontana. Il pregio del libro però non è solo formale. Perché i contenuti convincono. Intanto per il percorso storico disegnato, che parte dalla gnosi, passa per il templarismo si sofferma, soprattutto, sull'Alchimia, su Paracelso, sul movimento rosacrociano e Meister Eckart, cita infastidito la tradizione ebraica che per lui è solo una tarda scopiazzatura di idee e concetti preesistenti, fino ad arrivare, con un'analisi minuziosa e dettagliata ai primi tre gradi della moderna Massoneria, erede (pressoché unica) di queste diverse forme della Tradizione. La conoscenza di sé dunque è, in questi cammini, essenziale e primaria (nel senso che da lei derivano tutte le altre conoscenze) ed è totale perché quando penso l'io, penso tutto l'io, non solo come soggetto, pensiero, ma anche come oggetto, realtà. La conoscenza delle cose esterne è secondaria e accidentale, perché non è mai totale. È qui che il mio idealismo classico si sposa con la lettura psicologica che, in Graziani, è per il momento soltanto promessa. Il titolo infatti è il primo di una serie, di una collana, sempre pubblicata da Bastogi, in cui si promette una più puntuale analisi dei rapporti della psicologia junghiana e delle ultime frontiere della moderna scienza, con la Massoneria simbolica propriamente detta, con i trentatré gradi del Rito Scozzese Antico ed Accettato, con gli Eletti Cohen. Che qualcuno scrive senza l'acca.

Mauro Cascio

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