Eventi & Cultura

Cascio, Campagna, Pennacchi e gli altri

La novità secondo me non è tanto che ci siano finalmente degli scrittori di Latina ma che a Latina ci sia un pubblico, e anche numeroso, che li legga. Gli autori citati, e Anonima Scrittori, devovo però molto alla generazione che li ha preceduti

09/04/2008

Ho letto con interesse l’articolo di Diana A. Harja intitolato “Non solo Pennacchi” e vorrei proporre alcune semplici considerazioni in merito. È vero: per quanto possa ancora sembrare strano, a Latina c’è fermento letterario. C’è un sacco di gente che scrive. Di più: siamo allo stadio successivo: quello associativo, collettivistico (si vedano, per fare un esempio, le attività del gruppo dell’Anonima Scrittori spesso citate da ParvapoliS.it). Dicevo: c’è un sacco di gente che scrive, ma anche un sacco di gente che pubblica. Il motivo è presto spiegato: vuoi per l’avvento della stampa digitale - coi suoi bassi costi - vuoi per la diffusione dei sistemi di videoscrittura e grafica (scrivere con la vecchia Olivetti era ben più faticoso), vuoi perché alcuni accettano il compromesso di pagare per pubblicare, oggi trovare un editore è molto più facile di prima. E per gli stessi motivi è anche più facile aprire una casa editrice tout court. L’intero mondo della comunicazione di Latina vive una sorta di Rinascimento: abbiamo fin troppi quotidiani, periodici di ogni genere - molti dei quali gratuiti - siti web a volte pimpanti a volte meno e un esercito di giovani in marcia verso quel quarto d’ora di celebrità che oggi, grazie a queste imperdibili possibilità, non si può negare a nessuno. Tutti a caccia dei venticinque lettori di manzoniana memoria, verrebbe da dire. Ma così non è. Perché il bello è che – udite, udite – la vera novità sta nel fatto che pare proprio che a Latina ci sia finalmente un pubblico. Basta partecipare a un Premio letterario con relativa premiazione per averne la conferma. Oppure scrivere un articolo di respiro culturale e scoprire che un sacco di gente se lo va a leggere. Latina nostra, sempre all’indice per problematiche di natura politico-economiche, mostra finalmente il suo vero volto: quello di una città giovane e dunque inevitabilmente vivace, curiosa, pure un po’ incazzata, dove la gente non si contenta più di mangiare-lavorare-dormire-riprodursi, ma vuole di più: perché ha capito che è venuto il momento di fare uno scatto, aprirsi all’esterno, dialogare senza inciampare in complessi di inferiorità provincialistici, forse perché oggi ci sono persone/esempio che ce l’hanno fatta in ogni settore e possono dire di essersi affermate in ambito nazionale, raccogliendo i giusti frutti del proprio lavoro. E stanno lì: con la loro stessa esistenza, a dire che ce la possiamo fare anche noi. È in questo momento certo felice e significativo che viene spontaneo ricordare quanti non ci sono più, quelli che hanno fatto la storia del giornalismo culturale e della letteratura locale. L’hanno fatta quando lavorare significava spaccarsi la schiena su una macchina da scrivere, senza il computer, senza l’inesauribile banca-dati di internet, senza la comodità di spedire un’email o un fax, senza l’aria condizionata d’estate e tante altre piccole cose che gli operatori del settore conoscono. Vorrei ad esempio citare Ferrarese, D’Erme (e starò certo dimenticando molti). Se oggi a Latina c’è una coscienza dell’utilità sociale del fare letteratura, se vediamo aprire nuove librerie e nascere progetti di vario genere il merito è anche loro, che hanno dovuto lavorare in tempi molto più duri dei nostri. Noi siamo una generazione in fondo fortunata: cerchiamo di non dimenticarlo mai.

Fernando Bassoli

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