Eventi & Cultura

L'Ottomana di Gian Luca Campagna

Letteratura in rosa. Ovvero: ecco quello che dovremmo imitare noi maschietti impegnati in cultura

08/02/2008

Mi arriva un’email un paio di giorni prima di San Silvestro. La leggo come le tante che ogni giorno intasano la posta personale e quella della redazione di Ego. Però, stavolta già il titolo è ammiccante, si parla di letteratura al femminile, argomento che ha sempre solleticato la mia coscienza. Mica la letteratura, quella la lascio ai Vati e agli Accademici, tipo quelli che crescono kamikaze anonimi e annoverano ascari ignoti per diffondere la cultura vera a Latina. Magari sono mosso da interessi di altro tipo, più bassi, più istintivi, un poco più belluini e passionali. I francesi, maestri di eleganza, sibilano «cherchez la femme», che ha tutto un altro impatto rispetto a un nostrano e pecoreccio «annamo ‘a femmine». Del resto, lo stesso Mauro Cascio viene dal 2 gennaio due volte alla settimana a prendere lezioni di seduzione dal sottoscritto, come aveva richiesto pubblicamente – e in modo poco ortodosso - sul suo fortunato e godibile ‘Diario del seduttore’. Ma credo che dovremmo aumentare la dose di lezioni: il ragazzo ha una patina di stoffa e si applica ma il suo background (rosa) è un poco lacunoso. Comunque, vi aggiornerò strada facendo. Dicevo che, mosso fondamentalmente da istinti primordiali, mi sono recato fino a Sezze per assistere a questo incontro, o meglio reading, come direbbero i puristi delle sezioni librarie, e, dato che c’ero, avrei fatto anche il pieno di cultura. Luogo di destinazione: Bar Gianna, sala rossa. Rimugino mentre mi inerpico con la quattroruote lungo la lama d’asfalto: Sezze, bar Gianna, sala rossa. Penso, che qui è meglio non gridare al brindisi con un maschio e anacronistico «A noi!». Ma la cultura, come dico io, non sta né a destra né a sinistra; nell’era della globalizzazione, poi, ancora a fare i distinguo tra rossi e neri, quando le analisi andrebbero fatte solamente sui cristiani che da quei colori si lasciano dipingere. Alt. Chiedo venia, ma il contrappasso delle lezioni date a Cascio c’è e si vede: filosofeggio. Mentre io tengo per lui le lezioni di seduzione rozza e galante, lui lancia nelle forzate pause aforismi di altre latitudini e pillole di saggezza di mitteleuropea memoria. Arrivo in chiaro ritardo, perso nelle elucubrazioni ‘casciane’ lungo la salita mentre abbraccio anche il Grassucci-pensiero, dato che questa è la terra d’origine di chi aveva sostituito nei suoi colorati editoriali la lingua italiana con l’idioma setino. E, quando sei ospite di una terra, devi portare rispetto proprio perché stai entrando nelle grazie della sua gente, varcandone il portone. E questo è il caso (ancora l’influenza di Cascio stile filosofo con un pizzico di Grassucci versione dopo il tiggì). Arrivo in tempo per ascoltare uno stralcio di come intende la narrativa Loretta Gragnanini (quella dello scioglilingua ‘Le Gno Lu’), l’ultima scoperta di Massimiliano Vittori, l’editore Novecento, che dopo gli angoli razionalisti ora racconta con rara capacità stilistica anche di vecchi odori e di sapori autentici (come se parlassimo di buona cucina). Più in là riconosco Lucia Viglianti, attrice di teatro che ha al suo attivo a quattro mani un libro (teatrale, anzichenò) singolare e interessante per la stesura; vicino a lei siede Cinzia Romano, che non conosco, ma che si presenta bene, sia nei modi che nell’estetica. E, a quanto mi si dice, anche nella prosa narrativa. Sono tre. Le signore della letteratura pontina in salsa rosa sono racchiuse nel numero perfetto. Ma in realtà ce ne sono molte di più. Mi sovviene all’istante Carla Falconi, e poi una lunga schiera di giornaliste-scrittrici di saggi impegnati come Mariassunta D’Alessio o la poliedrica Rita Calicchia, o Maria Armellino, poetessa e apprezzata saggista di una biografia dedicata a un grande poeta come Elio Filippo Accrocca, di estrazione corese ma romano d’adozione (quello di Portonaccio, per intenderci). Questo che sta a significare? Che l’evento non è riuscito? Ma scherziamo? La sala (rossa) era gremitissima (si contavano almeno una 70ina di persone), l’acustica delle attrici (bravissime) che recitavano era perfetta e, suppongo, il confronto tra le scrittrici e il pubblico è stato accattivante. Ancora una volta, le donne ci hanno dato una lezione, grazie alla capacità organizzativa e sinergica mostrata. Sono state capaci di convogliare risorse umane in un bar (di Sezze) e hanno strutturato una serata di cultura (varia) niente affatto male, dove lo scambio di opinioni si è svolto in modo civile e cortese. Ecco, a Latina, noi maschietti siamo ancora incapaci di confrontarci, perché urliamo ognuno dal proprio angolo di visuale le proprie ragioni senza mai ascoltare attentamente le motivazioni degli altri. E, poi, quando si prova a mettere tutti attorno a un tavolo, ecco le infantili defezioni o i proclami di attacchi e tiri mancini (poi puntualmente, e vilmente, disattesi), creati per sabotare l’evento organizzato. Oppure, ad arte, si cerca di far passare l’autore per spettatore rovesciando i ruoli, dato il folklore che anima alcuni rappresentanti delle eccellenze culturali locali, pronti a tutto pur di ritagliarsi uno spazio su un occhio di bue di provincia. E, quindi, si demorde? Affatto. Magari si fa un bel fritto misto, tra rosa e maschietti. Latina, indolenza delle genti, permettendo.

Gian Luca Campagna

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