Eventi & Cultura

Il Santo dei Voli

Approccio semiserio con la figura di Giuseppe da Copertino

06/02/2008

Chi mi conosce sa che in genere non ho grossa stima di chi nuota nel misticismo più spinto, nell'affettata santità. Occupandomi di filosofia delle religioni, sono schiavo, comunque, delle costruzioni razionali del mondo. Quando Maurizio mi ha regalato una copia di una biografia di Giuseppe da Copertino, vi giuro, pensavo volesse sfottere. Perché il messaggio che leggevo in questo suo dono era questo: è inutile che tu e i tuoi sodali vi spaccate la testa su cose che non possono capirsi per natura, prendete esempio da questo qui, da questa anima semplice che, nel colmo delle sue estasi, si faceva un volo. Non a caso lo chiamano il santo dei voli. Il problema è che io di volo non ne ho mai visto uno. Altrimenti, ti giuro Maurizio, la questione me la sarei posta. Io non ho grande stima di Newton, ma questo signore ci ha comunque insegnato che se io prendo, metti, una mela e la lascio cadere non ci sono santi: quella cade giù. C'è proprio ti assicuro una legge che prende il suo nome. Di Newton, non della mela. Lui, per carità, la fa complicata: in "Philosophiae Naturalis Principia Mathematica", del 1687, ce ne parla così: «Qualsiasi oggetto dell'Universo attrae ogni altro oggetto con una forza diretta lungo la linea che congiunge i baricentri dei due oggetti, di intensità direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza». Che, traducendo, vuol dire che se fumo una sigaretta e la butto a terra quella non se ne sale in cielo nemmeno se nel pacchetto da cui l'ho presa ha sempre fatto una vita di ascesi e preghiera. Newton forse conosceva, di nome, Giuseppe da Copertino, ma non trovo nessun riferimento a lui in nessuna eccezione a quella che sarà chiamata nei secoli a venire "legge di gravitazione universale". Io non ho pregiudizi per i santi. Amo Agostino, Tommaso e Josémaria Escrivià quanto Voltaire, Hegel e Strauss. Ma se una cosa non la vedo, sono come san Tommaso quell'altro: non ci credo. Metti la Subaru. Quando il mio portiere parla di macchine è come la Antonino Caponnetto che parla di mafia: sono un torrente in piena, vedono macchine e mafie ovunque. Però io questa Subaru non l'avevo mai sentita nemmeno nominare. L'ha citata la prima volta e l'ho creduta una variante del Sudoku. E così gliel'ho detto proprio chiaro: Ricca', secondo me mi stai pigliando per il culo. Sta Subaro non esiste. Nemmeno quando sono tornato a casa e ho chiesto a mio figlio m'è venuto il sospetto. «Certo, papà, è una macchina famosa. Sta pure in Gran Turismo 4». Che cazzo ne so delle macchine che ci sono dentro alla Play Station, quando ci gioco io prendo la prima a caso. Secondo me ti sei messo d'accordo col portiere. È una congiura. La Subaru non esiste. Come fa una macchina a chiamarsi Subaru? Un nome più fico non poteva venirti? Subaru? Sembra una macchina sarda. Poi Riccardo mi fa vedere una rivista, una di quelle strane che compra lui, che con la scusa delle macchine ti guardi le donne nude (ma non si fa prima a comprarsi direttamente un giornale porno?). Mi fa: guarda, questa è un Subaru. E sotto c'era proprio scritto: Subaru. Lì mi sono arreso. Perché mica si poteva essere messo d'accordo con la redazione del giornale, in così poco tempo. «Cappero, allora esiste. E questo è il suo logo? Quattro croci?». «Non sono croci, sono stelle, coglione», mi ha risposto. Ma forse il coglione non lo ha detto, perché altrimenti mi sarei offeso. Quindi per Giuseppe da Copertino vale la stessa cosa: non ho preclusioni, prendimi un francescano e fammi vedere che lievita. Oppure lo dai a me, me lo porto a casa, lo butto dall'undicesimo piano e vediamo assieme che succede. Se si salva la pelle mi hai convinto. Se invece muore ho ragione io. Ma leggendo la biografia (che, per inciso, è di Bonaventura Danza) le cose, per me, si complicano. Io sono abituato ad avere sempre l'ultima parola. E se una cosa si complica e non riesco ad averne un'idea precisa, finisce che mi innervosisco. Perché mi allontana Danza quando parla di profezia, riuscendo "egli a percepire compiutamente le varie lunghezze d'onda la voce del Dio vivente, percependo le leggi, i superiori, le situazioni concrete, le doti personali, le ispirazioni divine". Ma mi avvicino quando leggo la sua vita, le sue sofferenze, le sue lotte. Mi avvicino quando ritrovo quel che più del cristianesimo mi piace. La speranza, "come sola possibilità di vita, sempre e tutto attendendosi da lui", la carità, "quale fecondo terreno che doveva sostenerlo nell'amore". «Uomo prudente, umile, dolce, vigilante e maturo, si propose di essere solo gioia e serenità per gli altri, disponibile a soffrire tutto da tutti e non essere mai causa di sofferenza per alcuno». È su queste corde che per me Giuseppe da Copertino diventa come il tappeto orientale che mi sono fatto regalare da bambino dai miei per la befana: è magico pure se non vola.

Mauro Cascio

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