Eventi & Cultura

L'Ottomana di Gian Luca Campagna

Storie di nipoti, di bar, di Wilmotte e di palme malate...

01/02/2008

Prendo il mio nipote preferito, Mattia, e lo porto a spasso come capita ogni sabato mattina che Dio manda in terra. Tappa obbligatoria, manco a dirlo, è il bar Cifra. Appena varcata la soglia, si appiccica alla tentatrice vetrina del dolce e salato, e, forte dei suoi 8 anni, con gli occhi dolci spalancati manco fosse la femme fatale fa intendere che non gli dispiacerebbe piluccare tartine all’ultimo grido e castagnole come tradizione comanda, alternandole a frappe ripiene di future carie e tramezzini made in Cifra. È in questo istante che esce fuori il dispensatore di leccornie avviluppanti. Marco Cifra ci guarda e lo saluta. «Quando viene qui da te è per lui una festa», ammicco mentre punto su mio nipote. «E’ il miglior bar di Latina» risponde pronto, non interrogato, il fedifrago mentre lascia, a intervalli irregolari, disegni di saliva lungo la vetrina. «Ancora per poco –gli faccio eco io-, se sbloccano la situazione del Bar Poeta credo che Marco si dovrà accontentare del secondo posto». «Il bar dei poeti? –mi chiede, perplesso, il discolo- È un bar dove le persone scrivono poesie?». Haivoglia a raccontargli che di poetico al bar Poeta non c’è proprio rimasto più nulla, manco le cimici; esiste, ormai, soltanto un nome stantio che le giovani generazioni (e pensate un po’ le giovanissime, tipo Mattia gourmet) nemmeno ricordano. E ti rispondono, poi, come mio nipote di 8 inverni. Guardo Marco e allargo le braccia come per scusarmi, anche perché conosco il suo sogno nemmeno tanto nascosto di trasformare quel bar storico di Latina in un vero e proprio caffé letterario di triestina memoria: immaginate un vero e proprio circolo dove arte, letteratura, cinema e teatro prendono forma e vita no stop al centro della città. Altro che l’ipermercato Gusto, aperto fino alle 22. Qui, si pretende (dal bando) che il locale sia open night e full time. Un caffè letterario sì di tradizione ma proiettato verso il futuro, probabilmente con le immancabili postazioni per gli internauti. E la canzone di Lionel Richie ‘All night long’ ci sta tutta come colonna sonora. «Ma come mai ancora non sbloccano la situazione –apostrofo Marco-, non era uno dei grandi temi da recuperare e da proporre da parte dell’Amministrazione Zac?». Infatti, ricordo che nella prima era Zac accanto a Metro, Porto e monsieur Wilmotte, campeggiava fiero il vessillo della riapertura –con stile- del Bar Poeta. Marco mi guarda e fa finta di non sentire. E penso. Cavolo, sono passati 6 anni dalla prima era Zac e addirittura si è riusciti a bandire e a selezionare i progetti per il Concorso internazionale di idee per la riqualificazione della Marina mentre il bando del Bar Poeta sta praticamente ancora al palo. Vai a vedere che ci si mette meno tempo a riassettare Lido e Marina che a inaugurare qualche vernissage anonimo o a presentare gli ultimi fogli di uno dei migliori scrittori di tutti i tempi. Sai che smacco. Chi si bea di questa situazione è soltanto Mattia che non vedrà scipparsi di sotto le narici chiacchiere (carnevalesche) e stuzzicherie (di ogni stagione) assortite. Lo guardo, gli leggo il pensiero e gli dico che però le palme del centro storico gliele scipperanno di sicuro. Anzi, le abbatteranno. «E perché?» mi chiede, sgranando gli occhi. Perché. Perché. Perché. Eppure l’età dei perché l’ha superata da un pezzo, ma insiste. Perché. Perché. Perché. «Perché sì», taglio corto e metto di contro la mia prepotenza di fronte alla sua statura. E Marco comincia a parlare e va giù per la tangente. Comincia a blaterare e pontificare, manco fosse l’Accademico in persona, sul perché e per come verrà fuori il centro storico dopo che ha visionato i progetti presentati dall’architetto d’oltralpe. Ci manca soltanto che si metta all’interno del gazebo e lanci un’invettiva. E già un crocchio di curiosi si è avvicinato. Macina con le parole concetti come identità, appartenenza, territorio, protocolli, futuro, presente, restyling, nuova bonifica, agro redento, terra promessa, nuova America. Se lo sente l’Accademico lo denuncia per davvero. Per fortuna gli sfuggono passaggi chiave come le città di fondazione e la nouvelle Nimes. Ma delle palme non dice nulla. Esce fuori Carlo, il baldo aiutante di Cifra, e snocciola là la situazione: «Le palme malate? È colpa di monsieur Wilmotte», dice candido. Subito allerto le orecchie e aguzzo l’ingegno: vai a vedere che questo, tifoso di monsieur Domenech, per vendicarsi della vittoria azzurra contro i bleus ai Mondiali di Germania, ha ordinato come il peggior spin doctor di diffondere coleotteri a più non posso tra le rigogliose palme di fascista memoria. E va a finire che ha ragione Carlo. Vai a vedere che per radere al suolo il verde del centro storico sono state arruolate larve e larve di punteruoli rossi per rendere veloce il passaggio da città razionalista a ville. Guardo in modo severo Mattia e gli dico: «Scordati le palme e il bar dei poeti. Credo che ti dovrai accontentare dei tramezzini, delle invettive e delle chiacchiere». Quelle a Littoria non sono mai mancate.

Gian Luca Campagna

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