Eventi & Cultura

I non-giornalisti

Un'acuta analisi sociologica gratuitamente offerta da un medico di un ospedale locale

05/01/2008

Una ragazza molto giovane effettua uno stage presso Tele Etere. Iscritta al primo anno di università, le piacerebbe lavorare come giornalista, motivo per il quale ancora ci viene a trovare in redazione, per "capire come si fa". È contenta di fermarsi qualche ora con noi, con orgoglio racconta di collaborare con noi. Un giorno arriva un po' perplessa e mi chiede se è possibile vedere un suo futuro da giornalista. «Come tutte le cose, se ci credi, se ti impegni...» è la risposta. «No, perché ho parlato con una persona che mi ha detto che è difficilissimo entrare alla Rai o a Canale 5 e quindi il mio futuro come giornalista è solo un sogno. Perché, secondo questa persona, non ha alcun significato lavorare in una testata locale». «E che lavoro fa questa persona?». «È un medico». «È conosciuto a livello nazionale?». «No, lavora in un ospedale». «È primario?». «No». Il punto è questo, un medico - sicuramente un eccellente professionista - che lavora in un ospedale, stimato senza dubbio dai suoi pazienti, ma del tutto sconosciuto ai più, ritiene che il giornalista è solo quello che va in Rai o a Canale 5, o che scrive sul Corriere della Sera. Gli altri sono non-giornalisti. Senza rendersi conto che se lo stesso criterio fosse applicato ai medici, lui sarebbe un non-medico che lavora in un ospedale locale. E ci sarebbero migliaia di non-avvocati e non-architetti. Se lo stesso criterio si applicasse agli insegnanti, avremmo un esercito di non-maestri e di non-professori. Stranamente tutto questo "non" manda avanti l'Italia e nessuno ci trova niente di strano. Tranno quando si tratta del mestiere di giornalista. Grazie per l'attenzione, cari non-lettori (tali siete se leggete i non-giornali). 

Maria Corsetti

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