Politica

Non lasciamo il PD in pasto ai preti

Anche se le energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa, quando riconoscono il valore del pluralismo, rappresentano un elemento vitale della democrazia

19/12/2007

Si può affermare che “la laicità è un valore essenziale” per le società contemporanee e poi, sei righe dopo, celebrare “la rilevanza nella sfera pubblica, non solo privata, delle religioni”? Si può ritenere – restando laici – che “le energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa, quando riconoscono il valore del pluralismo, rappresentano un elemento vitale della democrazia”?
Nella commissione nazionale “Valori”, una delle tre nelle quali si articola da qualche settimana l’Assemblea costituente del nuovo Partito democratico (le altre due sono le commissioni Statuto e Codice etico) simili interrogativi stanno a quanto pare dividendo i commissari, e forse rischiano di dividere alla lunga anche le due principali anime storiche (quella laica e quella cattolica) della nuova formazione politica. Piergiorgio Odifreddi, lo scienziato che Veltroni ha voluto inserire nella commissione, ateo militante, rilascia roventi dichiarazioni. La senatrice Binetti, ultras cattolica, inserita anche lei da Veltroni della stessa commissione, non è da meno. Una tempesta di polemiche agita, tutto d’un tratto, la delicata fase costituente.
Il tema del rapporto tra religioni e politica è vecchio per lo meno quanto la storia stessa della cultura moderna. È dai tempi di Machiavelli che sappiamo che “la rilevanza delle religioni nella sfera pubblica” non può coesistere con una visione modernamente laica dello Stato e della politica. La modernità, almeno in Occidente, è contrassegnata in modo indelebile dall’autonomia della politica rispetto alla religione. Una volta affermata questa separazione, la rilevanza delle religioni è diventata, per i laici (e per i cattolici che hanno aderito alla stessa visione) essenzialmente un fatto privato: importantissimo quanto si vuole, ma appartenente però alla sfera più intima dell’individuo. Ciò non toglie naturalmente, né ha impedito nell’Italia contemporanea, che i cattolici in politica abbiano fondato il proprio impegno sulle radici religiose della loro fede. Né esclude che, nel corso degli ultimi due secoli, tra il magistero della Chiesa sui grandi temi sociali e politici e i cattolici impegnati in politica sia esistito storicamente un saldo e fruttuoso rapporto. Ma bisogna anche riconoscere che, da Sturzo a De Gaspari a Moro, la grandezza politica della Democrazia cristiana in questo dopoguerra è consistita essenzialmente nella sua capacità di distinguersi con autonomia dalla Chiesa, nella sua natura appunto di partito “laico”, sino a porsi talvolta (si potrebbero citare molti casi) in contrasto con le direttive politiche provenienti d’oltre Tevere.
Laico, secondo una definizione elementare, è chi ritiene di potere e dovere rivendicare la propria libertà di scelta e di azione, particolarmente in ambito politico, senza doverla conciliare o peggio sottometterla all'autorità di un credo religioso. Se stiamo a questo, un partito laico, una volta che abbia riaffermati con forza i valori costituzionali della libertà religiosa e della tolleranza reciproca, non ha, su questo tema, null’altro da dire.

Guido Melis

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