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Firenze. Europa e Massoneria. Il Gran Maestro: «Non possiamo più vivere sugli allori di un passato prestigioso». I rapporti con la Chiesa di Roma

22/11/2003

Il Gran Maestro Gustavo Raffi sarà oggi a Firenze per portare i saluti del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, la prima e più numerosa comunione massonica italiana, al consueto convegno annuale del Collegio dei Maestri Venerabili della Toscana e della rivista massonica “Il Laboratorio” dedicato, quest’anno,
all’Europa e alla Carta Costituzionale.
«L’epoca della Massoneria intesa come Istituzione iper-riservata, inaccessibile e segreta, è da tempo svanita e ciò per diverse ragioni. Innanzitutto, le motivazioni che indussero al massimo della riservatezza o, talora, della segretezza, i padri fondatori della Massoneria europea non hanno più alcun senso al giorno d’oggi. Esse però vanno comprese e collocate nel giusto milieu storico dell’epoca.
Questi uomini - in pieno 700 - si trovarono infatti a operare in un contesto di indiscutibile assolutismo politico, nel quale il dialogo libero, interculturale e interreligioso tra cattolici, protestanti ed ebrei, tra borghesi, nobili e popolani, che le prime Logge di fatto resero possibile, non solo sarebbe stato considerato pericoloso, ma di fatto sarebbe stato sanzionato in modo estremamente violento e persecutorio.
Nella moderna società, in un maturo contesto democratico, ove risultano oltremodo saldi i principi fondanti il diritto di associazione e di libero confronto, garantiti dalla carta costituzionale come dagli stessi fondamenti giuridici dell’Unione Europea, la Massoneria non ha alcuna ragione di essere occulta o segreta, né di coltivare atteggiamenti di aristocratica sfuggevolezza. Essa rispetta rigorosamente le leggi e ne pretende l’osservanza.
L’Autorità Giudiziaria del nostro Paese ha infatti archiviato inchieste penali come quella avviata dal Procuratore Cordova, bollandole come infondate; la Corte Europea ha condannato lo Stato italiano a cagione di una legge liberticida della Regione Marche, per aver discriminato i Massoni, inibendo loro l’accesso a cariche pubbliche. La Regione dovrà, gioco forza, uniformarsi alla sentenza se l’Italia vorrà esprimere la sua civiltà giuridica e permanere nel consesso europeo.
La Corte di Strasburgo è stata adita anche nei confronti della Regione Friuli che ha emanato altra legge che pregiudica i diritti dei Liberi Muratori. Noi non ci nascondiamo, né desideriamo operare nell’ombra. Giacché ricerchiamo la luce, è alla luce della società che intendiamo operare nel pieno rispetto delle regole democratiche. La nostra Istituzione - non lo si dimentichi - è infatti riconoscibile pubblicamente, attraverso le sue sedi, i suoi indirizzi, i suoi organi di stampa, la sua struttura direttiva, nonché attraverso l’azione continua svolta dai suoi membri che operano pubblicamente, anche e soprattutto nella loro qualità massonica, nella società italiana.
La tanto millantata riservatezza vale oggi solo per la dimensione esoterico-rituale, che per noi costituisce la chiave essenziale dell’esperienza massonica, ovvero quella che stimola un uomo già maturo a ritornare sui suoi passi per interrogarsi, attraverso l’esperienza iniziatica che da Apprendista lo porta a divenire Maestro, su princìpi e fondamenti spirituali e filosofici di ordine essenziale per il perfezionamento della sua esistenza umana.
Sarà poi questo stesso individuo, messo di fronte ai grandi interrogativi sui quali la Massoneria gli darà occasione di meditare, a darsi, in piena libertà, le risposte finali. Infatti la Massoneria non è una religione né impone o propone comode soluzioni alle quali affidarsi; anzi, piuttosto essa si limita a stimolare la ricerca, mentre lascia la più ampia e piena libertà di interpretazione.
Ogni Maestro, quindi, avanza lungo il suo cammino individuale e spirituale sapendo di dover ogni volta fare delle scelte etico-morali secondo coscienza; la libertà del Maestro Massone è cioè la piena e libera espressione della maturità dello spirito che sa assumersi le proprie responsabilità; egli non esegue ordini né risponde a una linea univoca di pensiero ma, nel quadro di una serie di principi basilari, esprime la sua capacità critica e la sua coscienza morale. Proprio per queste ampie e circostanziate ragioni, il Grande Oriente d’Italia reputa indispensabile che la società italiana possa, con sempre maggior profondità, seguire, conoscere e comprendere la realtà massonica, la sua storia e le sue finalità, gli scopi ed i progetti che essa coltiva, poiché sarà solo in questo modo che molti pregiudizi e aprioristiche condanne potranno finalmente trovare il loro giusto e inevitabile superamento.
A questo proposito bisogna nuovamente che si chiariscano alcuni punti in merito alla storica querelle tra Massoneria e Chiesa; si tratta di un argomento che preoccupa o incuriosisce molti cittadini e che continuamente ritorna, spesso in modo estremamente improprio, nelle discussioni sulla nostra Istituzione attraverso una serie di banali luoghi comuni. Il Grande Oriente d’Italia appartiene al circuito delle Massonerie regolari, ovvero quelle Istituzioni latomistiche che operano alla luce del Grande Architetto dell’Universo e che quindi pongono la ricerca di Dio e la centralità dell’uomo come scopo essenziale della propria ricerca e, conseguentemente, della propria esistenza. I Massoni quindi non possono affatto essere atei, né risultano deisti per elezione; moltissimi di loro invece appartengono alle religioni più diffuse nel Paese; ovvero, entrando in una Loggia, vi troverete cattolici, protestanti, ebrei ed anche musulmani, senza peraltro escludere ulteriori minoranze religiose che per ora nel nostro Paese costituiscono solo una percentuale minore.
I riti e le celebrazioni massoniche inoltre traggono storicamente origine da una tradizione esoterica e spirituale strettamente legata, anzi per essere precisi "radicata" nel Cristianesimo e nella Chiesa di Roma, così come è testimoniato dalle prime Logge stuartiste, ossia quelle Logge che, operando in Gran Bretagna sotto la protezione dell’allora cattolico sovrano Stuart, prevedevano il giuramento di fedeltà a Cristo e alla Santa Romana Chiesa. Basterà inoltre rammentare la presenza in Massoneria di figure cristianissime come Joseph de Maistre al fianco di personaggi come Voltaire per far comprendere la complessità dell’universalismo massonico, ma anche la sua assoluta estraneità ad ogni filone culturale anti-cristiano o anticattolico.
Furono vicende prettamente politiche, legate al ruolo della Chiesa come Stato assoluto, in un contesto dove però tutti gli stati erano assoluti, che suscitarono nell’Istituzione ecclesiastica una notevole e sempre più profonda preoccupazione verso la diffusione di una comunione universalistica che univa, in modo politicamente incontrollabile e riservato, uomini di fedi, nazioni e ceti diversi. Il processo che di fatto ha portato la stessa Chiesa a contrastare l’unità nazionale, le sue posizioni -oggi superate- contro il modernismo, il socialismo, le dottrine sindacali e tante altre conquiste della moderna società e che fanno parte oggi della stessa cultura del mondo cattolico e cristiano, purtroppo coinvolsero anche la Massoneria, soprattutto quella italiana, che si trovava ad operare in uno stesso territorio con scopi e finalità storicamente contrastanti.
Ciò ha finito col polarizzare lo scontro attraverso diversi periodi della storia del nostro Paese, senza mai portare a un vero confronto, anche se oggi per parte nostra non ci sono motivi aprioristici di rivalità o di prevenzione. Noi abbiamo rispetto profondo per tutte le fedi, in particolare per quella più praticata nel nostro Paese; d’altra parte chiediamo rispetto e troviamo molto curioso che in diversi casi, ancora oggi, alcune autorità ecclesiastiche, dimentiche dell’invito ad un confronto aperto e tollerante anche con gli atei, secondo il dettame del Concilio Vaticano II, rifiutino qualsiasi forma di dialogo costruttivo con la Massoneria, Istituzione che, come si è già detto, pone Dio e Uomo al centro della sua ricerca. Se ciò non ci preoccupa oltremodo, reputiamo comunque che tale situazione sia dannosa e inutile, perché la moderna civiltà deve fondarsi sul dialogo, ed il dialogo ha senso solo se avviene tra punti di vista diversi, ovvero tra interlocutori, e non tra soggetti, tra i quali l’uno deve porsi come subalterno all’altro.
Abbiamo già rimarcato come la moderna Massoneria non possa vivere sugli allori di un passato prestigioso, ma abbia un compito storico: quello di favorire, attraverso la sua educazione continua al dialogo, alla tolleranza e alla fratellanza, la costruzione di processi di crescita e maturazione della cultura democratica e dei princìpi contenuti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Per questa stessa ragione il Grande Oriente d’Italia, senza rinunciare al suo magistero esoterico e spirituale, non si sente estraneo alla drammaticità della crisi politico-militare attuale. Per quanto sia vietato -come è ben noto- alla Massoneria di entrare nel merito specifico di questioni strettamente politiche e religiose, giacché un impegno in tal senso verrebbe a rompere quella che noi chiamiamo la "catena d’unione", snaturando la funzione di una Istituzione di carattere spirituale, essa non è però neppure estranea alle sofferenze di una parte dell’umanità e alle contraddizioni presenti nel mondo attuale.
Insomma la Massoneria, anche se estranea alla politica intesa come luogo di confronto di partiti, forze ed interessi diversi, dinanzi al dolore umano, alla sofferenza dei popoli e delle genti non può nascondersi dietro il grembiule invocando una sua opportunistica superiorità e sospendere ogni giudizio. Su diversi temi, infatti, la Massoneria, se si guarda bene alle sue fondamenta, alle sue ragioni storiche ed ideali, non è né potrebbe essere neutrale o pilatesca.
Ma cercheremo di essere più chiari. Oggi appare indubbio che lo scenario bellico non si risolverà con la distruzione di un dittatore. L’evento tragico delle Torri Gemelle di fatto ci presenta un fenomeno drammaticamente nuovo: la globalizzazione della guerra, dove cessa d'esistere la distinzione tra spazio interno, bonificato, dove non esistono nemici ma solo criminali, e spazio esterno, dove si trovano invece solo "nemici giusti" (il cosiddetto iustus hostis ben noto alla politologia del passato). L’incomprensione di tale mutamento epocale nella storia dell’umanità potrebbe essere drammatica perché, in un tale contesto, ciò che è locale potrebbe deflagrare in uno scenario globale, così come una crisi globale potrebbe trovare proprio in una frattura locale il punto in cui globalizzarsi.
Il rischio legato ai processi di ciò che è già stato definito "glocalizzazione" merita attenzione e non è risolvibile in termini tradizionalmente geopolitici di conquista di spazi fisici. Se allora la Massoneria non ha gli strumenti per poter districare la drammaticità di tale contesto, essa può e deve stimolare la riflessione e focalizzare l’attenzione delle Istituzioni e della società su alcuni punti imprescindibili.
Il problema, per noi Massoni, resta infatti quello della difesa della libertà e della felicità, diritti che devono essere garantiti a tutta l’umanità e non a una parte soltanto. Da questo punto di vista, lo sforzo mondiale della Massoneria universale deve rivolgersi alla realizzazione piena delle prerogative proprie di quelle Istituzioni internazionali che, come l’O.N.U. -erede della Società delle Nazioni, ideata dai Liberi Muratori- possono e devono rappresentare il luogo di mediazione delle controversie internazionali e di affermazione dei valori fondamentali della Carta delle Nazioni Unite, tra i quali spiccano i diritti primari e il valore della persona umana; l’eguaglianza tra gli Stati, grandi o piccoli; la giustizia e il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti di diritto internazionale; il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali; il divieto dell’uso della forza; la promozione del progresso economico e sociale di tutti i popoli.
Senonché l’O.N.U. è attualmente in crisi, paralizzata non solo da un anacronistico diritto di veto, attribuito ai singoli membri permanenti del Consiglio di Sicurezza -anomalia politica che ne inibisce il buon funzionamento- ma soprattutto dalla carenza di quei poteri e strumenti che possono farle assumere un ruolo attivo e funzionale al perseguimento e alla realizzazione in concreto dei grandi princìpi e valori che la stessa Carta delle Nazioni Unite afferma. Il diritto internazionale e l’O.N.U. non possono essere, infatti, modellati sulla presunzione utopica che si possa prescindere dal fatto che gli Stati siano o meno coerenti nella loro azione con i princìpi fondanti dell’Ente e che rispettino, in particolare, i diritti umani.
Il diritto internazionale e l’O.N.U. -come è stato ben sottolineato da un acuto osservatore come Piero Ostellino- devono essere il crocevia tra etica e potere, la sede, cioè, di regole certe e di Istituzioni forti, in quanto l’aspirazione alla pace di per sé, senza il supporto di Istituzioni internazionali adeguate, non realizza un ordine mondiale stabile e tanto meno le condizioni di una "pace possibile". La pace, invero, deve essere configurata non solo come assenza di guerre, ma come processo di eliminazione delle cause di conflitto. Solo così nessuna Potenza potrà agire autonomamente per tutelare quelli che ritiene i propri interessi nazionali o quelli umanitari, minacciati ad esempio dal terrorismo internazionale, invocando i princìpi sanciti dalla Carta dell’O.N.U. e denunziando, al contempo, l’incapacità decisionale e operativa delle Nazioni Unite.
D’altro canto, noi Massoni, in tutti i Paesi in cui siamo presenti, crediamo di avere il compito di rammentare ai nostri governanti l’importanza centrale della costruzione di processi effettivamente democratici anche e soprattutto in quelle società di gran lunga più arretrate delle nostre. Si tratta pertanto di interrogarsi sulla legittimità del ricorso, nel nuovo quadro della globalizzazione, ad aristocrazie locali, di sovente ottuse e intolleranti, purché disponibili a garantire un vantaggio all’Occidente, con il rischio di vedere dei nuovi rais che, dopo essere stati armati e addestrati, si ribellino e perseguano scopi di eversione mondiale.
Il caso dei talebani è tristemente noto; purtroppo l’attuale situazione in Afghanistan non sembra aver visto ancora il ripristino di una democrazia accettabile, né l’applicazione dei princìpi della Carta dei diritti dell’uomo o della parità tra i sessi, mentre il conseguimento di tali conquiste resta un obbligo etico-morale imprescindibile, tanto importante quanto la sconfitta del terrorismo internazionale.
Di fatto dobbiamo comprendere che la politica mondiale non ci sconterà più nulla. Un dittatore o una fazione opportunisticamente messa al potere oggi, potrebbe essere una disgrazia domani. I semi della pace vanno gettati da subito, senza surrogati o peggio attraverso nuove forme di ingiustizia. Nel processo di globalizzazione, e comunque in un contesto in cui l’opinione pubblica non appare completamente manipolabile e che di fatto potrebbe rivelarsi il vero arbitro di tante situazioni, la centralità etica dei diritti umani sembra assumere una funzione imprevista e forse, in un breve futuro, significativamente determinante.
Le strategie del governo del mondo non possono operare in modo da moltiplicare le crisi, rimediando alle difficoltà dell’oggi con risultati incontrollabili in futuro. Non stiamo parlando segnatamente della guerra in Iraq, che è solo uno dei 47 conflitti bellici in corso, oppure della crisi curda, argomenti la cui analisi e soprattutto il cui giudizio finirebbero col fuoriuscire dai limiti e dai compiti di questa Istituzione, ma del fatto che il diritto di combattere e di violare la sovranità altrui o è fondato proprio sul "diritto", e questo diritto non può prescindere da un progetto di estensione della democrazia e dei valori di rispetto, tolleranza, eguaglianza sociale, religiosa ed economica, altrimenti tale azione corre il rischio di risultare nel tempo poco credibile o, ancora, anche qualora fosse stata concepita in assoluta buona fede, di risultare nei fatti alquanto controproducente.
Gli Stati più potenti sono oggi chiamati invece ad assumere la loro piena responsabilità nella tutela dell’Umanità, senza perciò sottrarsi né agli organismi di controllo, né ai protocolli generali che regolano l’applicazione (e impongono le eventuali sanzioni in caso di violazione) dei diritti umani. La Massoneria in ogni caso deve sottolineare con tutti i suoi mezzi la fondatezza del diritto internazionale ed il riconoscimento dei princìpi etici generali ai quali richiamare l’azione degli Stati.
È solo attraverso una globalizzazione dei diritti e delle risorse che si può forse interrompere il circuito di morte e distruzione che sta radicalizzando identità etno-religiose in uno scontro che non è affatto di civiltà, ma che tale viene presentato in modo da semplificare lo scenario in un becero e fazioso dualismo, in cui tutto ciò che differisce dall’Occidente viene criminalizzato o ridotto ad alterità impossibile. Lo stesso discorso vale per il mondo islamico, che non può affatto essere associato alle sue manifestazioni più intolleranti e distruttive, maturate attraverso il fondamentalismo religioso. La Massoneria deve invece ricordare l’alto contributo dell’Oriente ed anche dell’Islam alla cultura occidentale, attraverso la trasmissione delle scienze, sia matematico-filosofiche che esoterico-spirituali.
Allo stesso modo non possiamo ignorare il fatto che il mondo islamico abbia prodotto, in epoca antica, associazioni come quella dei Qarmati che, fondata su corporazioni di mestiere come la Massoneria operativa, impartiva contenuti di ordine sociale, professionale e soprattutto iniziatico, risultando non solo capace di assumere un’articolazione interconfessionale, mediante il coinvolgimento diretto di cristiani, ebrei, mazdei ed altri, ma addirittura di farsi portatrice di un messaggio di libertà individuale e di superamento della stessa legge formale dell’Islam. Anche queste confraternite saranno perseguitate, punite, sorvegliate a causa della loro libertà spirituale.
Come un grande specialista del mondo islamico ha giustamente rimarcato (Maurice Lombard, L’Islam dans sa première grandeur, Paris 1971): "l’interconfessionalismo di queste corporazioni demarca qui la differenza fondamentale con quelle contemporanee dell’Occidente. Ciò ci rammenta che l’Oriente è sinonimo di cosmopolitismo, d’apertura, di mescolamento e di sincretismo", soprattutto alla luce dell’interculturalità tentata da questi movimenti. Tale realtà ci induce a riflettere sulla radicale incapacità delle società non occidentali di costruire processi culturali simili ai nostri, quando storicamente sono già state in grado di anticiparli, anche se talora non di mantenerli saldamente in vita.
È opportuno puntualizzare, segnatamentre riguardo alla guerra in atto, che le recenti posizioni della Chiesa, che esprime un altissimo magistero di carattere morale, hanno peraltro l’indubbio merito di smentire, anche presso molti ambienti del mondo arabo e islamico in generale, ogni facile schematismo che veda dualisticamente contrapposti Occidente cristiano a Oriente islamico, e di ciò non possiamo che rallegrarci, al di là delle diverse posizioni politiche assunte dai singoli all’interno o all’esterno della nostra Istituzione.
L’incapacità del mondo occidentale di essere stato e di essere almeno oggi veramente portatore di democrazia e di diritti nei Paesi del mondo afroasiatico resta una responsabilità storica alla quale bisognerà dare risposte equilibrate, anche se precise. Innanzitutto riteniamo che sia indispensabile, in un quadro di rafforzamento degli istituti internazionali di riferimento, insistere sul concetto di tutela dell’Umanità. Tale tutela non vale solo per il "Sud del mondo", per coloro che sono esclusi dai diritti politici, economici e spirituali, ma anche per noi, che viviamo in una delle zone più privilegiate del globo.
Da questo punto di vista non possiamo dimenticarci che, in un contesto in cui il mercato globale si è imposto nella sua indifferente operatività, privo di qualsiasi richiamo a valori altri, come una sorta di nuovo bellum omnium contra omnes, il rischio che alla riduzione ad oggetto privo di diritto di interi popoli si aggiunga la natura stessa, che dovrebbe essere la ricchezza di tali genti ma anche la nostra, non è affatto vago.
Non facciamo soltanto riferimento alle principali fonti di ricchezza e benessere (petrolio, metano, diamanti, uranio, oro, ecc.), ma a quelle essenziali per la sopravvivenza: prima di tutto l’acqua, per la quale già oggi si rischiano continuamente conflitti, al momento forse minori, ma che sono destinati a far deflagrare guerre nei prossimi 20-50 anni e che sono altrettanto esiziali di quelli in atto. Può la Massoneria farsi portatrice nella società civile del principio che la tutela del diritto all’acqua è per molti popoli identica a quella della felicità; che a dispetto del mercato globale, ci sono delle risorse che non possono essere mercanteggiate come le altre, ma solo globalizzate, nel senso di rese fruibili a tutti, in particolare ai più poveri.
Altre ricchezze sono invece frutto dell’evoluzione scientifica e della ricerca; è quindi gioco forza che esse si concentrino nelle mani di pochi Stati e di ristretti gruppi economici. Noi riteniamo che, pur nella legittimità del rientro degli investimenti delle imprese impegnate nei settori più avanzati delle scienze, vi siano da introdurre alcuni correttivi mondiali che, per esempio, garantiscano l’uso delle medicine e l’accesso a cure più avanzate anche per tutti quei Paesi che sono nell’impossibilità di affrontarle in solido.
Pensiamo al grande flagello dell’Aids che in alcuni Paesi africani colpisce l’80% della popolazione e pare inarrestabile. Crediamo che gli Stati più maturi ed eticamente più avanzati debbano trovare degli strumenti di intervento, quali per esempio l’introduzione di royalties sulle risorse petrolifere da investirsi a favore di un fondo di raccolta di medicine, al fine di mantenere un livello di intervento in cui le ragioni del profitto non offendano quelle dello spirito, della coscienza e infine anche dell’intelligenza. Infatti la ricerca continua dei risultati a scapito della giustizia, sia essa offesa direttamente attraverso il corpo di quei popoli vittime della sotto-alimentazione, oppure attraverso l’abuso delle risorse naturali del globo, soggiace ad una logica inaccettabile, non solo egoistica, ma ottusa, perché nega la stessa pensabilità di un futuro migliore, attizza gli odi e fomenta la guerra, sia essa combattuta o guerreggiata.
Parlare allora di "diritto alla felicità" proprio in questi giorni vuol dire, anche se forse il tema potrebbe apparentemente stonare, parlare della responsabilità dell’uomo e della civiltà di fronte alla barbarie dell’irrazionale. La ricerca del bene, platonicamente inteso, non è infatti un tema pubblicitario del marketing massonico, ma un compito, se volete, istituzionale della nostra Comunione. Il bene infatti dovrebbe rappresentare per i Massoni proprio il fine ultimo, forse irraggiungibile, della loro opera: quello per cui, come dicono i nostri Rituali, si scavano profonde cavità al vizio, mentre si cerca di operare per il bene e il progresso dell’Umanità. Sarà allora chiaro a tutti che, nella ultima Gran Loggia di Rimini, non si voleva parlare di edonismo, né di un pacioso e opulento benessere, scambiato per felicità.
Abbiamo piuttosto lanciato una sfida nella speranza di raccogliere e aggregare intelligenze e sensibilità intorno al tema del diritto a quella felicità possibile, ma per molti negata, sia nella ricca Europa, sia in altre parti meno fortunate del mondo. La nostra attenzione è storicamente stata rivolta sia agli aspetti materiali del degrado della vita umana, sempre più manifesti attraverso le nuove forme di povertà diffusesi anche nel ricco Occidente e nel nostro Paese, sia a quelli di ordine spirituale, visibili nel progressivo distacco dall’impegno civile e dalla solidarietà che il possesso di una pseudo-felicità materiale propone. La costruzione di una società giusta, democratica, civile, rispettosa delle diversità ed allo stesso tempo sicura per tutti, ci sembra quindi un passo fondamentale per costruire il diritto alla felicità che, anche quando può essere egoisticamente soddisfatto, non lascia mai del tutto serena la coscienza di chi ha occhi per vedere l’ingiusta sofferenza altrui.
In questo contesto vogliamo ribadire che tale felicità richiede strumenti continui, non solo attraverso la costante sorveglianza delle risorse naturali ed ecologiche del Paese, ma anche e soprattutto attraverso il ruolo civile ed educativo che svolge tutta la macchina scolastica, dall’asilo all’università. Non si può affrontare il tema della riforma scolastica in Italia, anche perché tale materia non è oggetto di una sorta di pronunciamento, inevitabilmente politico e quindi illegittimo, del Gran Maestro. Si vuole piuttosto ritornare su un principio sul quale la nostra Comunione eserciterà sempre la sua vigilanza etico-morale: quello del pieno rispetto e del doveroso riconoscimento della scuola pubblica, le cui sorti ci preoccupano, in particolare dinanzi ad un ampliamento dei vantaggi nel settore privato, fatto che in Italia, data la situazione oggettiva, significa in altissima percentuale una scelta a favore delle scuole confessionali.
Noi continuiamo a credere che la scuola pubblica sia la scuola del confronto e che essa costituisca il laboratorio vero nel quale la futura società interculturale e multietnica troverà le sue radici. È ovvio che se i professori e gli insegnanti in genere, gli educatori, i servizi scolastici, avranno a disposizione risorse limitate, ben difficilmente tale offerta pubblica sarà di qualità e quindi potrà offrire veramente le reali condizioni per una formazione alta, nella quale dare pari opportunità a privilegiati e meno privilegiati, senza cioè creare ghetti etno-religiosi ed economico-politici.
Se il diritto ad un’educazione diversa, quindi altra, rispetto a quella offerta dallo Stato, deve certamente essere garantito come la Costituzione già permette, non comprendiamo però perché proprio coloro che vogliono testimoniare la loro fede e verità profonde non intendano farlo con gli altri, anzi offrendo proprio a quegli altri la testimonianza dei propri valori, in modo tale che la luce non resti sotto il moggio, ma piuttosto preferiscano garantirsi un territorio "liberato", come se lo Stato italiano fosse occupato da chissà quali nemici delle religioni.
Ma forse una cosa è il Vangelo ed altro è il desiderio di trincerarsi in un territorio esclusivo, anche se, proprio nella scuola dello Stato, quindi paradossalmente quella "non libera", resta il cittadino a dover dichiarare di non voler usufruire dell’insegnamento della religione, e non il contrario. Come però abbiamo già anticipato, tali riflessioni non sono un’invettiva aprioristica contro il mondo cattolico. Noi protesteremmo contro qualsiasi religione o parte della società che, in qualche aspetto, volesse minare la laicità dello Stato o i suoi principi fondamentali: una protesta civile, aperta al confronto, e non sguaiata invettiva, costume da cui rifuggiamo. Volevamo solo insistere sul fatto che la globalizzazione e la sua complessità ci impongono scuole e strutture di ricerca di altissima qualità e quindi richiedono investimenti all’altezza degli altri Paesi europei, investimenti per i giovani e quindi per il futuro dell’Italia.
Una società incapace di generare una cultura di rispetto, tolleranza, ma anche tale da inibire il più elevato accesso alla conoscenza anche alle categorie più deboli, si incammina su una strada pericolosa, certamente lontana dal nostro ideale di felicità, di giustizia ed equilibrio sociale.

Una riflessione sulla felicità, in un momento di così grande ansia e angoscia per il futuro del mondo, proiettato oramai in uno scenario geopolitico tra i più difficili ed infausti che si sarebbero potuti immaginare quale incipit del XXI secolo, correrebbe perlomeno il rischio di sembrare una provocazione o, tutt’al più, un atto di dissennata noncuranza rispetto al dolore presente. In verità, la prospettiva della felicità risulta proprio uno di quei temi essenziali che non si dovrebbe mai lasciar soffocare dal dolore, proprio perché è necessario che i momenti difficili che sono già venuti e che verranno ancora possano essere affrontati con l’animo amorevole di chi lotta per costruire e sanare e non con il fine limitato e mortificante di colui che cerca solo di vendicare un torto subito.
A questo proposito vorrei rammentare come la stessa Massoneria sia una scuola iniziatica che cerca di educare i suoi membri ad affrontare la morte ed il dolore, ma che al contempo non ha mai fatto della morte un’apologia; al contrario, la necessità di affrontare la morte iniziatica diviene non solo un mezzo che dovrebbe preparare l’uomo a saper fronteggiare quella fisica, ma una occasione di riflessione profonda in vista di una auto-costruzione e strutturazione psicologica attraverso la quale raggiungere (o almeno aspirare) ad un equilibrio sempre più alto. Non intendo però, nel corso dell’odierna giornata, limitare queste mie riflessioni ad un ambito segnatamente circoscritto ai temi di stringente attualità, come molti forse si aspetterebbero.
Un Gran Maestro, infatti, dovrebbe cercare, quando possibile, di ricondurre la riflessione in un contesto che non rincorra semplicemente i fatti, ma che si proponga come stimolo per considerazioni ancor più profonde, grazie alla quali ritornare poi nel presente con un arricchimento interiore. Se allora la felicità non equivale al piacere, anzi talvolta sappiamo che la felicità del saggio, dell’Iniziato, può comportare una deliberata rinuncia a ciò che la massa considera mero piacere, ciò significa che lo stato di felicità è soprattutto una dimensione dello spirito, in senso prettamente filosofico. Una condizione di saggezza e di equilibrio interiore che ci permette di affrontare la vita con tutte le sue traversie.
Chi coltiva solo il piacere, quando si trova dinanzi al dolore, alla morte, alla sofferenza, resta sconvolto, incapace di riflettere, senza strumenti, poiché nel corso della sua vita non ha cercato di arricchire il suo spirito, la sua coscienza di valori, di princìpi, di sentimenti. Una felicità limitata al piacere riduce infatti la complessità umana a macchina da consumo e non conosce valori che non siano mercificabili. Un percorso come questo è di fatto l’esatto opposto di tutto ciò che l’iniziazione massonica cerca di proporre attraverso le forme, talora drammatiche, della sua ritualità. Infatti, la presenza del dolore, della morte e della sofferenza è qualcosa dinanzi alla quale nessun essere umano può sottrarsi.
Chi più chi meno, tutti siamo condannati nel corso del nostro cammino terreno a fronteggiare il dolore. Ignorare ciò e pensare che la felicità sia girare la testa dall’altra parte e ubriacarci di piaceri è solo stoltezza che si finisce col pagare sotto varie forme; e ciò risulta purtroppo vero sia sul piano dell’esperienza personale sia su quello della situazione generale dell’Umanità, se è vero che il mercato non ha cuore e assimila la felicità alla disponibilità di mezzi, ovviamente solo per una minoranza. La felicità dell’Iniziato è altresì un fine mai raggiunto che si costruisce di giorno in giorno mediante un’autoeducazione permanente dei propri sentimenti, del proprio riflettere, del proprio saper affrontare la realtà e saper godere delle sue bellezze.
L’Iniziato non è infatti un triste pensatore che si è rinchiuso in una torre d’avorio o in una caverna, ma un uomo che sa vivere nella società, capace di portare sempre una voce di speranza e di ragionevolezza; un uomo che non ha paura di affrontare le sfide poste da un mondo che si rinnova continuamente, perché ad esse si prepara attraverso una disciplina interiore. Per tutti questi motivi, il Massone è, o dovrebbe essere, uomo capace anche e soprattutto di cogliere le straordinarie opportunità di gioia e felicità che la vita sa offrire; siccome conosce il dolore, sa apprezzare ed esaltare anche ciò che è bello, saggio e gioioso, esattamente come i nostri Rituali recitano in diverse occasioni. In una celebre epistola, Orazio (Epistulae I, 11 v.27) saggiamente ammoniva: coelum non animum mutant qui trans mare currunt, "non mutano il loro animo, ma solo il cielo (sopra la loro testa) coloro che attraversano il mare".
Il poeta intendeva, con questo splendido esametro, sottolineare come non si possa, allora come oggi, sfuggire a se stessi e come la felicità e la serenità d’animo fossero e siano ancora un tesoro interiore e non un privilegio acquisibile grazie soltanto ad un viaggio oltremare.
Pensiamo che l’esperienza iniziatica possa invece offrire alcune chiavi per una costruzione della felicità, o almeno di una sua componente soggettiva che però concorre a un perfezionamento generale, nel senso che a ciascuno viene data la possibilità di affrontare in forma simbolica i grandi travagli della vita, affinché vi mediti sopra e costruisca e rafforzi il suo spirito. Allo stesso modo coltiviamo, attraverso la difesa di valori come la libertà, la fratellanza e l’eguaglianza, una cultura che ha il suo centro pulsante nell’emancipazione e nell’affrancamento dall’ingiustizia e dalle tenebre del dolore.
La luce che il Massone cerca e dovrebbe trovare nel Tempio, e di cui aveva avuto oggi solo una certa vaga contezza, va portata all’esterno, attraverso un’azione non solo di solidarietà, ma attraverso una cultura della felicità, intesa come eudaimonia, come gioia e saggezza ispirate e quindi giammai come egoistica esaltazione del piacere e del benessere di pochi, né come privilegio di una ristretta cerchia indifferente al dolore degli altri: ciò affinché trionfino il bene e la ragione, che non sono altro che la manifestazione sublime del divino fattore, il Grande Architetto dell’Universo».

Mauro Cascio

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